lunedì 19 gennaio 2026

 

*VENEZUELA*🇻🇪
🛢️_Petrolio, Sovranità e Diritto Internazionale_

*Conferenza e dibattito*
con Fulvio *GRIMALDI*
e in collegamento
Aimone *SPINOLA*

🗓️ *Sab. 24 gennaio ore 18.00*
Ingresso dalle 17.45

Durante l'iniziativa è prevista la proiezione del docufilm *_L'Asse del Bene_* di F.Grimaldi

Clicca per la scheda evento👉https://aps.circolochaplin.org/eventi-circolo-chaplin/venezuela-petrolio-sovranit%C3%A0-e-diritto-internazionale 

martedì 13 gennaio 2026

Trump e noi nel nostro piccolo CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA

 



https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__trump_e_noi_nel_nostro_piccolo_con_gladio_al_potere_e_tempo_di_askatasuna/58662_64687/

Askatasuna,17 gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale

In altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

A)   Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!

 

B)   Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)

Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva”  del camerata Trump.

Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.

Stay Behind (Stare dietro). A chi?

 Francesco Cossiga

E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.

Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. .

Io so io e voi nun siete…

E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).

I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.

Si parva licet…

Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.

Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.

Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.

 Mohammed Hannoun, Angela Lano

In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?

E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.

E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.

Gladio al governo,  Askatasuna la resistenza

 Askatasuna e Gladio in divisa

E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce.  Trent’anni di resistenza.

Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.

E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.

Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.

Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari

 

Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida

Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora  definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?

Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.

E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.

Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.

Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo,  tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.

 

domenica 11 gennaio 2026

STAI CON LE PROTESTE IN IRAN? STAI CON TRUMP E NETANYAHU

 

Dopo Vietnam Serbia, dopo Serbia Afghanistan, dopo Afghanistan Iraq, dopo Iraq Palestina, Libia, Siria, Somalia, Venezuela, Iran…

STAI CON LE PROTESTE IN IRAN? STAI CON TRUMP E NETANYAHU

 

 Tehran, manifestazione per il generale Soleiman ucciso da Trump

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)

Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.

Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Tehran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro),venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.

Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.

Oggi tutti citano le difficoltà economico-sociali come motivo delle proteste. Ma si tratta di difficoltà economico-sociali di un paese potenzialmente ricco e potente, inflitte da una potenza esterna al solo scopo di imporre il proprio dominio e controllo geostrategico.

Se ci si ritiene oppositore della macchina genocida degli USA, uguale sotto tutti i presidenti e relative forze mandanti, non esiste la minima scusa per affamare e privare di cure una società civile, neanche quella, sacra e fondamentale per i ricchi e bianchi del pianeta, della rimozione del velo (in una popolazione femminile che vanta una più alta quota di donne laureate e in posizioni di responsabilità di qualsiasi paese europeo).

Anarcoidi e sinistri allo spritz oscillano tra imbarazzati silenzi e un più o meno esplicito sostegno alla rivolta in atto in Iran. Per quanto sostenuta dai terroristi del MEK, gruppo allevato dalla CIA, o dai tanto amati (da certa sinistra strabica) curdi, infiltrati e armati dal Kurdistan iracheno (sotto l’occhio benevolo del Mossad e dei nostri Carabinieri, stanziati a Irbil per “addestrare”) e siriano.

Dovrebbero rendersi conto che ogni espressione di approvazione al cambio di governo a Tehran equivale a una standing ovation al regime sociocida più distruttivo e letale che sia mai apparso sulla Terra.

giovedì 8 gennaio 2026

VENEZUELA, NON SOLO --- TAG 24 INTERVISTA FULVIO GRIMALDI

 

TAG 24 INTERVISTA FULVIO GRIMALDI

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0

 

Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.

Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.

E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?). E, munita di confetti e brillantina per chiome gialle, trasforma in legittima difesa quello che è, del gangster del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, il più brutale atto di pirateria dalla presa hitleriana di Varsavia.

La lingua della sovranista, esaurita la saliva nelle precedenti occasioni di fasciocontiguità con il sovrano pettinato da rastrelli e puntellato dai trilioni della fasciofinanza sionista, stavolta ha preferito soddisfare la richiesta dei glutei sovrani in modo più consono allo Zeitgeist dallo stesso sovrano incarnato. Con trasporto squadrista e “deltista” (da Delta Force) si è umettata labbra e lingua nelle chiazze di sangue sparse lungo il corridoio che portava al talamo dei coniugi da cui urgeva difendersi.

Sangue sparso lì da sconsiderati cubani e venezuelani che pretendevano di inibire la legittima azione di difesa condotta dalla bramata Sua Maestà contro chi, da quel centro operativo mimetizzato da alcova matrimoniale, proiettava tonnellate di Fentanyl e cocaina sui sudditi del di lei sovrano. Sangue che rendeva gradevolmente scivolosa e penetrante la suddetta lingua, lubrificando i più segreti anfratti del pudore e dell’afrore.

Della materia di cui lo strumento leccale della Pompadour della Garbatella ha bisogno per perpetuare questo suo omaggio fisio-spirituale al sovrano, fascisticamente difensore dei potenti e giustiziere dei giusti, non mancheranno le disponibilità

O credete forse che Sua Maestà, con sistemata la meglio servitù a Palazzo Chigi, gliela faccia mancare, avendo a portata di Delta Force, nel senso di F-35, portaerei Gerald Ford e plotoni di gangster pentagonali, altri 30 milioni di venezuelani, almeno 54 milioni di colombiani, 130 milioni di messicani, 10 milioni di cubani e perfino 57.000 esquimesi?

Questi, però, disgraziatamente muniti di orsi polari. E se pure questi dovessero soccombere, hanno un sangue troppo freddo da usare per la storica incombenza.

Il resto nel video di Francesco Fatone

mercoledì 7 gennaio 2026

Fulvio Grimaldi L’ERA DELL’ANARCO IMPERIALISMO

 

Fulvio Grimaldi

L’ERA DELL’ANARCO IMPERIALISMO

In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/lK6tW2Mq4_g

Dove la forza violenta il diritto conferma un fascismo globale

Dall’attacco di Trump al Venezuela, al rapimento del presidente Maduro, alle minacce ai paesi da sottoporre al dominio degli Stati Uniti, ai bombardamenti di paesi sovrani, alla totale obliterazione della divisione dei poteri con ogni decisione in mano all’esecutivo controllato da forze finanziarie private.

E, di riflesso, passando all’annullamento dei principi costituzionali e al totale arbitrio di un esecutivo che annulla il parlamento e prova a paralizzare la magistratura, assistiamo al tentativo di annichilire ogni manifestazione di antagonismo democratico. A partire dal movimento per la Palestina su delega israeliana, con l’arresto e la persecuzione con false accuse di chi si impegnava a cercare di far sopravvivere le vittime del genocidio, e a finire con lo sgombero dell’Asktazuna, protagonista della più vasta resistenza politica sociale, culturale, e ambientale  nel nostro paese negli ultimi trent’anni, premessa dell’azzeramento degli spazi costituzionali di democrazia.. 

giovedì 25 dicembre 2025

PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “TORNARE IN NICARAGUA”

 Adelina Bo

PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “TORNARE IN NICARAGUA”
Il video parla di ciò che ho potuto conoscere e documentare direttamente, in un mese di permanenza là nel 2024 e illustra ciò che balza agli occhi con maggiore evidenza, proprio ciò che nei media a larga diffusione non compare.
Se parlano del Nicaragua e del suo governo, in genere lo fanno in termini negativi: spesso mentono, denigrano, usano notizie fuori dal loro contesto.
Per lungo tempo, come Associazione Italia Nicaragua, abbiamo risposto a tali articoli documentando, dimostrando i loro errori. Mai hanno rettificato, men che meno pubblicato i nostri scritti, né mai ci hanno risposto.
E questo per 2 motivi:
1°- non hanno argomenti, documenti a sostegno di quanto affermano e quando si entra nel merito non sono in grado di reggere un confronto.
2°- non a noi devono rispondere, ma ai loro mandanti, padroni e finanziatori.
Per cui alla fine abbiamo smesso di perder tempo, decidendo che il modo migliore per far fronte alla loro disinformazione sistematica e propaganda era diffondere noi notizie vere e documentate, sebbene la “potenza di fuoco” sia decisamente impari, se paragonata al potere di chi controlla economicamente e politicamente tutti i maggiori giornali, TV, radio, comprese gran parte delle riviste on-line.
Questo documentario, dunque, va in tale direzione: informare
E non a caso uso il termine “potenza di fuoco”, perché di guerra mediatica si tratta.
La malainformazione è l’arma di distruzione di massa delle coscienze, ed è la prima fondamentale arma di ciò che si denomina “guerra ibrida”, ovvero non solo quella militare, ma quella che usa tutti gli stratagemmi utili a destabilizzare i Paesi ed a controllarne le risorse.
E la politica estera degli Stati Uniti ha per obiettivo dichiarato la “destabilizzazione permanente”, accompagnata sempre dalla disinformazione, strategica per giustificare il loro operato agli occhi dell’opinione pubblica.
TAPPE DELLA STORIA DEL NICARAGUA
E vediamo cos’è successo al Nicaragua. In passato interventi armati, occupazione militare, rovesciamento di presidenti scomodi per gli interessi dell’impero, instaurazione e sostegno alla dittatura dei Somoza.
Nel 1979, dopo 20 anni di lotta e 60.000 morti, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) vince, trovandosi un Paese distrutto, l’economia al collasso, Somoza aveva fatto bombardare tutte la maggiori città nello strenuo tentativo di sedare la rivolta popolare, prima di fuggire a Miami portandosi via tutti i soldi delle case dello Stato.
I nicaraguensi cominciano da zero a ricostruire la loro nazione libera, ma già 2 anni dopo, nel 1981, devono riprendere la guerra combattendo la Contra, bande di mercenari terroristi pagati, addestrati e armati dagli Stati Uniti, per ammazzare e distruggere quanto possibile.
In 10 anni muoiono altri 50.000 nicaraguensi, per lo più giovani, forze sottratte allo sviluppo del Paese per dedicarsi a difenderlo.
Gli Stati Uniti usano come forme d’ingerenza destabilizzanti, prima la Contra e poi il ricatto elettorale
Nel 1990 l’allora presidente George Bush senior, apertamente dichiara: “O in Nicaragua vince la candidata filostatunitense, o la guerra dei contras continuerà” e investe 16 milioni di dollari per organizzare l’opposizione antisandinista e condizionare l’esito elettorale. La gente stanca di 45 anni di dittatura, 30 anni morti e, come dicono loro: “con una pistola puntata alla tempia”, si reca a votare. Il FSLN perde di stretta misura (3 punti), contro una coalizione di 14 partiti.
Da lì in poi inizia il periodo buio dei governi neoliberisti, 16 anni anni di saccheggio e corruzione, dove l’ingerenza statunitense si concretizza nella rapina delle risorse, e nella rinuncia da parte del governo neoliberista ad esigere il risarcimento di 17 miliardi di dollari stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986, dovuto dagli USA al Nicaragua e mai pagato, per i danni causati nel periodo della Contra.
Nel frattempo la gente cade in miseria, peggio di Haiti, e i benefici sociali costruiti dai sandinisti vengono man mano aboliti.
Nel 2007 torna a insediarsi il sandinismo, che permane tuttora. Comincia a ricostruire il Paese economicamente e socialmente.
Da allora la priorità di ogni programma di governo è sempre stata la lotta alla povertà. Per il 2026 vi è destinato il 65% del bilancio.
Va tenuto conto che l’economia nicaraguense si basa per il 70% sulla piccola e media impresa, a conduzione famigliare o cooperativa, per il 30% sulle grandi imprese e attività dello Stato, ed è a quel 70% che si dedica particolare attenzione. Dando possibilità di lavoro alle famiglie anche delle fasce più deboli, si genera impiego, si produce ricchezza, aumentano i consumi, si supera la povertà, creando un circolo virtuoso utile sia all’economia nazionale sia a quella individuale.
Il tasso di occupazione è del 97,6%.
La povertà è stata dimezzata, dal 48 al 24%, quella estrema ridotta dal 19 al 6%.
La copertura di energia elettrica è passata dal 54 al 99%, l’85% da fonti rinnovabili.
L’acqua potabile dal 45 al 93% nelle città, dal 26 al 56% nelle zone rurali.
Si prevede per il 2026 di raggiungere il 95% di autosufficienza alimentare.
Si è decisamente ridotta la mortalità materno-infantile e il Nicaragua è passato dal 40° al 6° posto nel mondo per parità di genere, il 1° in America Latina: in parlamento il 60% sono deputate e il 75% sono ministre o viceministre.
Questa, in cifre, l’entità dei cambiamenti in atto.
Nonostante le sanzioni (altra forma di pressione e ingerenza), il Paese progredisce con una crescita esponenziale dell’economia e il governo si rafforza.
Perciò gli USA, per rovesciarlo, nell’aprile 2018 tentano un colpo di Stato, ma falliscono.
Allora qualche mese dopo, a dicembre 2018 ne provano un’altra. Trump promulga il Nica Act, per impedire al Nicaragua l’accesso a prestiti internazionali e bloccare le attività finanziarie dei funzionari del governo.
MA PERCHÉ IL NICARAGUA È NEL MIRINO DEGLI STATI UNITI?
Il Congresso lo ha dichiarato “una minaccia alla sicurezza nazionale”, il che apre la possibilità ad un intervento armato.
Un Paese minuscolo, esteso poco più dell’Italia settentrionale, circa 7 milioni di abitanti, un Paese che non ha mai aggredito nessuno, caso mai si è difeso dalle invasioni subite, dagli Spagnoli prima e dagli yankee poi, come può essere una minaccia per gli Stati Uniti? Che cosa tanto li turba?
3 i motivi principali
1° - Il Nicaragua rappresenta un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista, nella gestione dell’economia, redistribuzione dei profitti e programmi a beneficio della popolazione, di lotta alla povertà (e non ai poveri), per eliminare le disparità sociali. Ovvero: difendono i diritti collettivi, rispetto ai privilegi di classe, mantenendo in questo una continuità coi principi che han sempre guidato il sandinismo.
Quindi gli USA non possono consentire che un tale modello abbia successo, sarebbe un esempio contagioso...
E poi il Nicaragua, insieme a Cuba e Venezuela, rappresenta uno dei pilastri portanti della difesa dell’indipendenza, dignità e sovranità nazionale in America Latina, non più “cortile di casa” degli USA - come essi la considerano - serbatoio di risorse e manodopera a basso costo.
2° - Ha una posizione geostrategica importante, con una geografia utile all’eventuale costruzione di un canale interoceanico alternativo a quello di Panama, che sta diventando obsoleto per la stazza delle nuove navi da carico sempre più grandi, per il fondo che si va progressivamente insabbiando, per le lunghissime attese nell’attraversarlo.
3° - Ha scelto alleanze e fatto accordi di cooperazione coi Paesi dei BRICS, un progetto di mondo multipolare che gli USA considerano nefasto per il proprio dominio unipolare, (monopolio che vogliono a tutti i costi mantenere), multipolarismo portato avanti da Paesi che considerano concorrenti e nemici.
CONCLUSIONI
A volte nel documentario emerge il raffronto col Nicaragua di 35-40 anni fa, tempo intercorso tra la mia frequentazione di allora e quando ci son tornata. Tuttavia ciò che illustra non l’hanno costruito in 40 anni, ma in 17: dal 2007 quando tornano al governo, al 2024 cui si riferiscono le immagini, a dimostrazione del fatto che, se una nazione è gestita bene e nell’interesse della popolazione, i risultati si ottengono.
Il Nicaragua, grazie al ritorno dei sandinisti al governo, sta vivendo la più grande modernizzazione della sua storia.
Il Nicaragua è un Paese piccolo geograficamente, ma grande politicamente.
E tutto questo, per onestà gli va riconosciuto. E’ doveroso raccontare e far conoscere. E questa non è propaganda, è informazione.
Il video parla di ciò che ho potuto conoscere e documentare direttamente, in un mese di permanenza là nel 2024 e illustra ciò che balza agli occhi con maggiore evidenza, proprio ciò che nei media a larga diffusione non compare.
Se parlano del Nicaragua e del suo governo, in genere lo fanno in termini negativi: spesso mentono, denigrano, usano notizie fuori dal loro contesto.
Per lungo tempo, come Associazione Italia Nicaragua, abbiamo risposto a tali articoli documentando, dimostrando i loro errori. Mai hanno rettificato, men che meno pubblicato i nostri scritti, né mai ci hanno risposto.
E questo per 2 motivi:
1°- non hanno argomenti, documenti a sostegno di quanto affermano e quando si entra nel merito non sono in grado di reggere un confronto.
2°- non a noi devono rispondere, ma ai loro mandanti, padroni e finanziatori.
Per cui alla fine abbiamo smesso di perder tempo, decidendo che il modo migliore per far fronte alla loro disinformazione sistematica e propaganda era diffondere noi notizie vere e documentate, sebbene la “potenza di fuoco” sia decisamente impari, se paragonata al potere di chi controlla economicamente e politicamente tutti i maggiori giornali, TV, radio, comprese gran parte delle riviste on-line.
Questo documentario, dunque, va in tale direzione: informare
E non a caso uso il termine “potenza di fuoco”, perché di guerra mediatica si tratta.
La malainformazione è l’arma di distruzione di massa delle coscienze, ed è la prima fondamentale arma di ciò che si denomina “guerra ibrida”, ovvero non solo quella militare, ma quella che usa tutti gli stratagemmi utili a destabilizzare i Paesi ed a controllarne le risorse.
E la politica estera degli Stati Uniti ha per obiettivo dichiarato la “destabilizzazione permanente”, accompagnata sempre dalla disinformazione, strategica per giustificare il loro operato agli occhi dell’opinione pubblica.
TAPPE DELLA STORIA DEL NICARAGUA
E vediamo cos’è successo al Nicaragua. In passato interventi armati, occupazione militare, rovesciamento di presidenti scomodi per gli interessi dell’impero, instaurazione e sostegno alla dittatura dei Somoza.
Nel 1979, dopo 20 anni di lotta e 60.000 morti, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) vince, trovandosi un Paese distrutto, l’economia al collasso, Somoza aveva fatto bombardare tutte la maggiori città nello strenuo tentativo di sedare la rivolta popolare, prima di fuggire a Miami portandosi via tutti i soldi delle case dello Stato.
I nicaraguensi cominciano da zero a ricostruire la loro nazione libera, ma già 2 anni dopo, nel 1981, devono riprendere la guerra combattendo la Contra, bande di mercenari terroristi pagati, addestrati e armati dagli Stati Uniti, per ammazzare e distruggere quanto possibile.
In 10 anni muoiono altri 50.000 nicaraguensi, per lo più giovani, forze sottratte allo sviluppo del Paese per dedicarsi a difenderlo.
Gli Stati Uniti usano come forme d’ingerenza destabilizzanti, prima la Contra e poi il ricatto elettorale
Nel 1990 l’allora presidente George Bush senior, apertamente dichiara: “O in Nicaragua vince la candidata filostatunitense, o la guerra dei contras continuerà” e investe 16 milioni di dollari per organizzare l’opposizione antisandinista e condizionare l’esito elettorale. La gente stanca di 45 anni di dittatura, 30 anni morti e, come dicono loro: “con una pistola puntata alla tempia”, si reca a votare. Il FSLN perde di stretta misura (3 punti), contro una coalizione di 14 partiti.
Da lì in poi inizia il periodo buio dei governi neoliberisti, 16 anni anni di saccheggio e corruzione, dove l’ingerenza statunitense si concretizza nella rapina delle risorse, e nella rinuncia da parte del governo neoliberista ad esigere il risarcimento di 17 miliardi di dollari stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986, dovuto dagli USA al Nicaragua e mai pagato, per i danni causati nel periodo della Contra.
Nel frattempo la gente cade in miseria, peggio di Haiti, e i benefici sociali costruiti dai sandinisti vengono man mano aboliti.
Nel 2007 torna a insediarsi il sandinismo, che permane tuttora. Comincia a ricostruire il Paese economicamente e socialmente.
Da allora la priorità di ogni programma di governo è sempre stata la lotta alla povertà. Per il 2026 vi è destinato il 65% del bilancio.
Va tenuto conto che l’economia nicaraguense si basa per il 70% sulla piccola e media impresa, a conduzione famigliare o cooperativa, per il 30% sulle grandi imprese e attività dello Stato, ed è a quel 70% che si dedica particolare attenzione. Dando possibilità di lavoro alle famiglie anche delle fasce più deboli, si genera impiego, si produce ricchezza, aumentano i consumi, si supera la povertà, creando un circolo virtuoso utile sia all’economia nazionale sia a quella individuale.
Il tasso di occupazione è del 97,6%.
La povertà è stata dimezzata, dal 48 al 24%, quella estrema ridotta dal 19 al 6%.
La copertura di energia elettrica è passata dal 54 al 99%, l’85% da fonti rinnovabili.
L’acqua potabile dal 45 al 93% nelle città, dal 26 al 56% nelle zone rurali.
Si prevede per il 2026 di raggiungere il 95% di autosufficienza alimentare.
Si è decisamente ridotta la mortalità materno-infantile e il Nicaragua è passato dal 40° al 6° posto nel mondo per parità di genere, il 1° in America Latina: in parlamento il 60% sono deputate e il 75% sono ministre o viceministre.
Questa, in cifre, l’entità dei cambiamenti in atto.
Nonostante le sanzioni (altra forma di pressione e ingerenza), il Paese progredisce con una crescita esponenziale dell’economia e il governo si rafforza.
Perciò gli USA, per rovesciarlo, nell’aprile 2018 tentano un colpo di Stato, ma falliscono.
Allora qualche mese dopo, a dicembre 2018 ne provano un’altra. Trump promulga il Nica Act, per impedire al Nicaragua l’accesso a prestiti internazionali e bloccare le attività finanziarie dei funzionari del governo.
MA PERCHÉ IL NICARAGUA È NEL MIRINO DEGLI STATI UNITI?
Il Congresso lo ha dichiarato “una minaccia alla sicurezza nazionale”, il che apre la possibilità ad un intervento armato.
Un Paese minuscolo, esteso poco più dell’Italia settentrionale, circa 7 milioni di abitanti, un Paese che non ha mai aggredito nessuno, caso mai si è difeso dalle invasioni subite, dagli Spagnoli prima e dagli yankee poi, come può essere una minaccia per gli Stati Uniti? Che cosa tanto li turba?
3 i motivi principali
1° - Il Nicaragua rappresenta un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista, nella gestione dell’economia, redistribuzione dei profitti e programmi a beneficio della popolazione, di lotta alla povertà (e non ai poveri), per eliminare le disparità sociali. Ovvero: difendono i diritti collettivi, rispetto ai privilegi di classe, mantenendo in questo una continuità coi principi che han sempre guidato il sandinismo.
Quindi gli USA non possono consentire che un tale modello abbia successo, sarebbe un esempio contagioso...
E poi il Nicaragua, insieme a Cuba e Venezuela, rappresenta uno dei pilastri portanti della difesa dell’indipendenza, dignità e sovranità nazionale in America Latina, non più “cortile di casa” degli USA - come essi la considerano - serbatoio di risorse e manodopera a basso costo.
2° - Ha una posizione geostrategica importante, con una geografia utile all’eventuale costruzione di un canale interoceanico alternativo a quello di Panama, che sta diventando obsoleto per la stazza delle nuove navi da carico sempre più grandi, per il fondo che si va progressivamente insabbiando, per le lunghissime attese nell’attraversarlo.
3° - Ha scelto alleanze e fatto accordi di cooperazione coi Paesi dei BRICS, un progetto di mondo multipolare che gli USA considerano nefasto per il proprio dominio unipolare, (monopolio che vogliono a tutti i costi mantenere), multipolarismo portato avanti da Paesi che considerano concorrenti e nemici.
CONCLUSIONI
A volte nel documentario emerge il raffronto col Nicaragua di 35-40 anni fa, tempo intercorso tra la mia frequentazione di allora e quando ci son tornata. Tuttavia ciò che illustra non l’hanno costruito in 40 anni, ma in 17: dal 2007 quando tornano al governo, al 2024 cui si riferiscono le immagini, a dimostrazione del fatto che, se una nazione è gestita bene e nell’interesse della popolazione, i risultati si ottengono.
Il Nicaragua, grazie al ritorno dei sandinisti al governo, sta vivendo la più grande modernizzazione della sua storia.
Il Nicaragua è un Paese piccolo geograficamente, ma grande politicamente.
E tutto questo, per onestà gli va riconosciuto. E’ doveroso raccontare e far conoscere. E questa non è propaganda, è informazione.

martedì 23 dicembre 2025

“Democrazie vs Autocrazie” Ma che, davvero?--- --- TU CHIAMALO SE VUOI FASCISMO


 

“Democrazie vs Autocrazie” Ma che, davvero?

TU CHIAMALO SE VUOI FASCISMO

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__democrazie_vs_autocrazie_ma_che_davvero_tu_chiamalo_se_vuoi_fascismo/58662_64362/   

 

Come inciso che c’entra poco col resto, ma di cui sento l’urgenza, rivendico in chiave consolatoria che siamo scampati perfino alla kermesse delle canotte nere su pelle bianca. Ovviamente non alla partecipazione, alla quale si sono concessi segmenti della nostra presunta opposizione alla ricerca di visibilità “whatever it takes” e felici di farsi masticare. Il costo politico e morale lo pagheranno al rientro. Comunque ci torno sopra.

Si passa a cose serie (per dire…).

Al cancelliere Merz, che riprendeva un meme di Hitler degli anni’30, “La Germania farà della Bundeswehr (intesa come Wehrmacht) il più potente esercito d’Europa”, ha risposto molto brutalmente il No alla Leva del 65% dei giovani e della maggioranza dei parlamentari (a favore il 55% degli attempati, cioè di quelli che non ci andranno. In Italia, a dispetto di quelli del “libro e moschetto” e di “Vincere!” ha detto NO il 68% dei potenziali candidati a fari macellare.

Armigero senza baffi, armigero con baffi

Ai Volenterosi europei che, a nome di paesi ignari e poveri in canna, annunciano la guerra, ovviamente “di difesa” alla Russia (per qualcuno già in corso, per altri, fra massimo tre anni); risponde invece, a passo di corsa, il molto baffuto, molto bislacco e molto medagliato Cavo Er Baffo Dragone. Forse, pensando di far rapporto ai sovrani della Triplice Intesa, annuncia: Maestà, per vincere dobbiamo assolutamente attaccare per primi (implicito: sennò come possiamo far credere a ‘sti cojoni che devono andare a farsi sparare?)

Il delirio associato al declino, implicito in quella forma di baffi, sopravvissuti a tutte le nostre Caporetto e altre infamie, segno distintivo di chi pone la forza sopra il diritto e quello con le stellette sopra quello senza, ha definitivamente spazzato via quanto restava, nei nostri Stati Maggiore, di poveri resti di neocorteccia. Che sarebbe quella che presiede al ragionamento logico. Succede quando i baffi alla Umberto arrivano a oscurare il lobo frontale.

Finchè c’è guerra, c’è Cingolani

Dopo questa sfilza di seminatori di balle terrorizzanti, non poteva mancare lo Zar della Guerra in fieri, anzi degli strumenti per farla fare (Anche da Israele? Come no!). Roberto Cingolani, oggi, dopo la fase spiritosa da Ministro dell’Ambiente, AD del colosso necrofago “Leonardo”. Che sta a Rheinmetall come il Duce stava al Fuehrer. Dopo la paura, il terrore e stavolta da chi se ne intende e ci sa fare: nel giro di 3 minuti, senza che noi ci si possa neanche infilare le mutande, figurati raggiungere il bunker atomico (che dai tempi von der Leyen è di famiglia), Mosca ci può disintegrare e fare di Roma ciò che gli astronauti insistono a dirci di aver visto sulla Luna. Cioè niente e nessuno.  

                  

Dipende da cosa consideriamo delirio e cosa raziocinio. Nell’era degli Hobbit, della contrapposizione secca tra luce e oscurità, dei maghi buoni e di quelli cattivi, delle obnubilazioni esoteriche in cui il cervello è messo all’angolo e ragiona solo la pancia autoproclamatasi spirito, insomma nell’era tolkeniana di colui che “ha la forza” e ne rivendica il monopolio (da noi Urso? Crosetto?), tutto deve finire nel classico Armageddon, catarsi catastrofica e parto della nuova era. Tutta questa cianfrusaglia la rivestono di un Medioevo mai esistito, ma funzionale a togliere dalla scena, a forza di kitsch, fantasie, draghi ed eroi, la realtà tosta e vera, dell’intelligenza contro la retorica, dell’illuminismo e dell’età della ragione. Che impone verità. Che richiede onestà. Che comporta diritto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

 

Saltando, cantando, che male vi fo?

 

Esempio luminoso, inesorabilmente tolkiano, il grande fenomeno auto-erotico di Atreju. In queste occasioni si arriva, anche grazie alle abbondanti libagioni di sostanze apotropaiche caccia-intirizzimento (vin brulé), alla Giorgia in trasfigurazione. Scevra del peso della gravità che inchioda in basso il popolino, invasa dal dio, la nuova menade si dimena, dà in escandescenze e, con turbinio vorticoso degli arti divenuti lame rotanti, per fortuna solo nell’aria, mostra come si debbano tagliare a fette i nemici.                                                                                                                                                                                                                                                                              

Assistiamo ammirati a una specie di sabba della strega (ce ne sarebbe un’altra, la sorella, ma si conserva per il dopo) che, riflettendosi nei sussulti articolari e fonetici dell’intero convegno magico - “chi non salta comunista è” – (era a Napoli! E che cambia?), si allarga in sabba globale. Un festival di gabbamondo, a comprendere fattucchiere, saltimbanchi, cabalisti, che celebrano i superpoteri e le superconoscenze di cui è dotata la compagine governativa con tutte le sue ramificazioni.

Fondati sull’irrazionalità diffusa erano da sempre tutti i fascismi, che si presentino come monarchie assolute, giunte di tiranni, inviati di dio, pontificati e imperi, autocrazie, oligarchie, aristocrazie, totalitarismi, caudillismi, signorie, principati, marchesati, mafie, massonerie, Deep State, Trump… Tutta roba che opera in verticale, ma in orizzontale, compresi quei nostri vermiciattoli scappati da sotto le macerie di un regime finito in discarica e arrampicatisi impuniti sui palazzi del potere prima che noi ne savvertissimo il fetore.

Cingolani, Crosetto, Cavo Er Baffo Dragone, in questo quadro medieval-apocalittico, in cui si è rinnovata la minaccia dell’inferno ai disobbedienti, ma stavolta sotto forma non più di pena eterna, ma di combustione nucleare rapida, sono compratori e venditori di strumenti per distruggere e uccidere, bravi almeno quanto quelli degli “artigiani di qualità”, che però vendono solo sofà. Strepitosi pubblicitari dell’unica cosa che sembrerebbe riuscire a tenere in piedi un capitalismo che svaporerebbe se solo qualcuno dei poveri e gabbati volesse alzare gli occhi e dare uno sguardo all’Everest di debito sotto cui si divincola (37 trilioni solo gli USA: uno zombie che pare vivo solo perché ha dentro un meccanismo che abbaia).

Per nostra consolazione, tante volte basta un niente. Se i loro schiamazzi di guerra fanno salite le quote degli azionisti, i dividendi, i premi, i nascondigli nei Paradisi fiscali. Un battito di farfalla che parla di pace (tipo di questi giorni Trump in Ucraina) fa davvero miracoli: Leonardo, in borsa, meno 4,98; la Francese Thales meno 4,90%, la tedesca Rheinmetall meno 5,02%, Ogni volta che c’è un afflato di pace, parte la pressione ribassista sui titoli del settore guerra e ci viene a mente quel film, quello dei sogni (loro) e degli incubi (nostri) “che muoiono all’alba”.

Umanitaria? Purchè guerra sia

L’altra sera, ad Ancona, un dinamico Comitato No Guerra No Nato, ha ospitato insieme a me, Sara Reginella, la bravissima cronista dell’invasione NATO-Kiev del Donbass russo, quel Donbass liberato, che, a seguito del golpe nazista allestito da Obama, non ci stava a ripetere l’esperienza vissuta dai padri e nonni sotto il Gauleiter locale, Stepan Bandera e i suoi datori di lavoro SS e Gestapo. Reginella è stata anche la punta di lancia del ridottissimo e oscurato schieramento che, a dispetto della falsificazione – aggressore e aggredito - consacrata addirittura da un Quirinale appassionatamente atlantista, ha saputo rovesciare lo strumentale paradigma.  Quello che, con “l’invasione russa del febbraio 2022”, ha spazzato dalla mappa della Storia una serie di eventi che rovesciano il mantra aggressore-aggredito.

Il colpo di Stato dell’inverno 20013-2014, allestito da Obama, gestito sul campo, a Piazza Maidan, dalla sottosegretaria neocon Victoria Nuland con squadre armate naziste, culminato con la cacciata del presidente neutralista Yanukovic. Il referendum del 14 febbraio nel Donbass vinto con oltre l’80% dai separatisti antifascisti russi. Ai quasi 100 morti di Maidan, si sono aggiunti le 14.000 vittime dei bombardamenti e delle incursioni ucraine contro il Donbass con i reparti nazisti di Azov e Privy Sector, dal 2014 al 2022, anno che ha visto l’intervento di Mosca in difesa dei russi. Chi è l’aggressore?

Presentavamo due nostri libri, il suo: “Le guerre che ti vendono”, e il mio “Uno sguardo dal fronte”. “Le guerre che ti vendono”, nel quale Sara ha profuso le sue esperienze e competenze di psicologa e psicoterapeuta, è un agile, ma irrinunciabile, manuale di istruzioni su come sfuggire alle sempre più sofisticate, violente e pervasive, tecniche di manipolazione della realtà da parte dell’omertoso aggregato politico-economico-militare-mediatico. Quello che ci si è insediato sul groppone a colpi di persuasione occulta, manifesta, coatta, volontaria, a schiaffoni, e che, nell’attuale fase dell’accumulazione, è fondata su vendita, acquisto e consumo di armi. Insieme alle quali vendono, comprano e consumano le nostre vite.

 

Come ti educo il pupo (da combattimento)

Guerre contro le quali il primordiale e ancora vivo e vegeto istinto di preservazione della specie ti fornisce un codice genetico che, diversamente da quello individuato da Nordio, impostato sui cazzotti alle donne, le guerre te le fa odiare e ripudiare meglio di qualsiasi carta costituzionale. Come si è potuto dimostrare quando nelle scuole, sequestrate dal duo Crosetto-Valditara, le ghirlande e le pailettes con cui “educatori con le stellette” hanno fatto la cosmesi a bombe e cingoli, sono state lacerate di netto dal 68% di NO dei ragazzi alla leva, volontaria, od obbligatoria che sia. Disastro di un marketing che si affanna di fiera in fiera, di liceo in liceo, di schermo in schermo. Perchè senza gente che induci ad amare le armi e poi a usarle, disponendosi perfino a farsele piovere addosso, a cosa serve fabbricare missili?

Qui i fomentatori di guerre devono affrontare un paradosso. Far paura della guerra degli altri contro te, far apparire nobile e bella la guerra tua contro gli altri. Il che comporta un’acrobazia dialettica –ovviamente costruita intorno all’asse manicheo degli assoluti bene e male – che renda conciliabile l’inevitabile dissonanza cognitiva con quanto sei riuscito a difendere della tua razionalità.

Sara Reginella ci ricorda come d’un tratto le guerre siano diventate umanitarie Quella dei nostri cent’anni le ho attraversate tutte. E mi è capitato di partecipare anche all’inaugurazione di quelle “umanitarie”: Serbia, 1999. Quella del Vietnam era ancora del tipo “portiamo la civiltà ai primitivi”. I quali, se comunisti, anche cattivi. Poi è tutto un difendere i valori umani, esportare la democrazia, far valere le regole, abbattere dittature, salvare minoranze, anzi interi popoli. Sempre accertandosi che siano così carini da servire da quinte colonne a noialtri: berberi in Algeria, albanesi in Kosovo, palestinesi alla Abu Mazen, curdi in Siria, Iran e Iraq, musulmani turcofoni in XinJang e, recentemente, perfino alcuni  Aymara dell’ex-rivoluzionario boliviano Evo Morales.

Persuasori Occulti

Quando nel 1957 Vance Packard, quarantatreenne insegnante di giornalismo all'Università di New York, con il suo “I persuasori occulti”, rivelò al grande pubblico che l'alleanza sempre più stretta tra analisi e pubblicità minacciava subdolamente, ma scientificamente, la libertà d'opinione su qualsiasi argomento, venne arruolato nella schiera dei più grandi allarmisti. Fu invece uno dei più grandi profeti, meglio, chiaroveggenti, del nostro tempo in metempsicosi.

Con la differenza, non sostanziale, che allora la tua percezione della realtà, bisogni compresi, veniva compressa da chi ti voleva far consumare. Oggi, e da un bel po’, la realtà che a te, pesce rosso nella boccia concava che ti deforma la realtà, viene imposta è sempre quella, ma si è di molto estesa. Un pensiero autonomo, aderente a come stanno le cose fuori dalla boccia, costa sempre più fatica. E i persuasori sono altri, ben oltre i pubblicitari, oggi forse la categoria di persuasori meno occulta, più scoperta e perfino onesta, nella sua dabbenaggine infantilista.e buonista.

Il nemico è un altro. Il subdolone, che ti fare vedere lucciole per lanterne e viceversa, è lui, è il Cingolani della minaccia, il Crosetto dell’emergenza bellica, il Cavo Er Baffo Dragone dell’irrinunciabile attacco per primo. Ovviamente non sarebbero che comparse, al massimo figuranti di terza fila, se alla loro sostanza inconsistente non desse corpo quell’armada di rapinatori della realtà di cui ci parlano Reginella e molti analisti. Rapinatori della realtà che, dai persuasori occulti di Packard, si sono evoluti in blocco politico-economico-mediatico, agente in assoluta comunità d’intenti, senza più sbavature alla vietnamita, o irachena, o perfino ancora afghana-

Le lacerazioni al tessuto di una opinione comune dettata, che i persuasori hanno subito in quelle irruzione di una Storia non controllata, ma anche in occasione di eventi sismici interni, come quel ’68 che ha percorso mezzo mondo per una decina d’anni rischiando di mettere a repentaglio tutto il fabbricato, e in parte riuscendoci, hanno accelerato i tempi e i modi della riorganizzazione e del consolidamento. Che, nel nostro caso non è neanche in prima linea quello del riarmo da far passare come necessità ineluttabile, corroborata da nobili virtù. Ma ciò che la rende possibile. La varietà e diversità dell’informazione, già ritenuta fisiologica, si è fatta catechismo, legge mosaica cantata in coro da poche voci..

I becchini dell’informazione? Quelli dei soldi.

 Pluralismo dell’informazione ieri e oggi

L’editore puro era morto e seppellito da decenni. Lo squallore speculativo e amorale di una casta amorale come la discendenza Agnelli, con la sua svendita all’armatore greco Kyriakou di quelli che passavano (imperfetto, se non passato remoto) per i più autorevoli giornali italiani, con tutte la panoplia multimediale del gruppo GEDI, non è che l’epifenomeno burino della globalizzazione delle testate. Una riduzione ad paucis, in poche mani, iniziata qualche decennio fa e fattasi parossistica negli ultimi anni.

Sette tra i più sfondati miliardari del mondo, tutti del mondo High Tech e dei Fondi di Investimento, da Zuckerberg a Bezos e Murdoch, da Fink a Page e Musk, erano già padroni dell’informazione, detta social per prenderci per il culo, ma dettata dal loro logaritmo. Ora, catturati giornali come il Washington Post, o il Los Angeles Times, si lanciano all’assalto di colossi multimediali come Warner, Paramount, CNN, Discovery, Disney (di Blackrock). Sono tutti, oggi, follower di Trump, e sono tutti amici di Israele, con in prima linea le famiglie Ellison e Adelson, senza i dobloni dei quali Trump la presidenza se la poteva sognare. Il grafico che illustra il passaggio, in 40 anni, da un grande pluralismo di informazione agli oligopoli di oggi, esplicita anche il passaggio dalla democrazia all’oligarchia.

Disinformo, faccio paura, faccio la guerra, zittisco tutti



Abbiamo alle spalle una certa esperienza di come il politico si inserisca in operazioni che si presentano – e a volte sono – basate su presupposti scientifici, ma i cui propositi scientifici finiscono col diventare strumenti politici. Eminentemente di disciplina sociale finalizzata a nuove forme di frantumazione sociale, dominio e sfruttamento. Come? Con la paura, arma fine del mondo.

L’AIDS e la coesione sociale, per quanto riguarda i rapporti tra i generi, travolta da sospetto e paure. Il terrorismo che, con l’islamofobia, ha rinnovato lo sconfitto razzismo colonialista d’antan e ha rilanciato un’era di guerre. Il Covid che, con lockdown e Green Pass, diventa il più grande esperimento di casermizzazione della società. Il cambio climatico, funzionale a sovvertire abitudini, imporre costi e agevolare alternative di modi di produzione con relativa eterogenesi dei fini, quando si scopre che migliaia di kmq di terra, aria, mare, muoiono sotto l’impatto delle “innovative”, mentre intere economie nazionali vanno in rovina (ultimissime dall’Antartide: crescita dei ghiacci e freddo senza precedenti. Da 1400 giorni temperatura sotto i 20°). E tocca rimediare buttandosi sulle armi (e quindi sulle guerre).

Tutta questa vera e propria discesa agli inferi, nella quale, come rivela il poeta, riconoscere noi stessi attraverso il nostro passato, non ci fa incontrare Farinata degli Uberti, o la Sibilla, o padre Anchise, o Agamennone e, con le loro, le nostre verità. Ci mette alla mercè di un Cerbero che ci mostra come, nell’era della Forza, sistemare gli infedeli. Nel caso specifico, azzannando Jacques Baud, l’ex-ufficiale svizzero che figurava tra i migliori analisti militari e geopolitici, tanto da essere scelto consulente dell’ONU. E chi ha azzannato questo prestigioso e rispettato signore? Ursula von der Leyen che, in quanto presidente della Commissione UE è capo dell’Esecutivo e come, nel caso Meloni, Macron, Trump, in quanto capo dell’esecutivo, è a capo di tutto, alla faccia della divisione dei poteri. Al diavolo legislatori e magistrati.

Saremmo dunque finiti nella fase in cui quel tale, Trump, ha toccato l’albero e ha fatto un suo “Tana liberi tutti” al contrario. Nel senso liberi non noi, ma loro. Liberi di utilizzarli tutti, i mezzi della coercizione, quelli psicologici e quelli fisici. Succede quando si accorgono che, a un certo punto, anche la paura più paura rischia di dissiparsi quando lo scontro con quanto ci è rimasto di intelligenza della realtà fa più male alla paura che all’intelligenza.  E allora la partita può anche riaprirsi e spuntare da qualche parte una Bastiglia, o un Palazzo d’Inverno.

Cingolani-Crosetto-Cavo Dragone-Piantedosi-Valditara, quintetto perfetto

Abbiamo parlato del duo Crosetto-Cingolani. Ma forse tocca parlare di un trio, Crosetto- Cingolani-Cavo Dragone. Dove l’uno è portavoce dell’altro e tutti abbisognano che noi si temi la guerra altrui e si ami la nostra, magari d’attacco. Ma, poi, solo di terzetto si tratta? E allora Piantedosi? Non è il caso di intravvedere, nell’alba dove muoiono i sogni, un quartetto? Come farebbe il terzetto a tirare dritto là dove punta il baffo umbertino, cioè l’eroico assalto, senza che qualcuno gli spiani la strada, visto che quelli della persuasione ci hanno lasciato troppi dossi? Ecco che tocca al ministro di polizia.

E’ nel nuovo ordine delle euro-cose che questa funzione si renda operativo locale di Ursula, la quale, istruita da quanto Trump ha inflitto a Francesca Albanese, ha appena comminato sanzioni invalidanti (niente soldi, niente conti in banca, niente viaggi, niente lavoro, ostracismo dal mondo) a chi non sputa quando sente dire Putin, o Hamas. Ed è solo l’inizio della morte civile comminata.al dissenso.

Senza che Mattarella lo avesse dichiarato ufficialmente (lui si occupa di confini violati, ma solo dai russi), le libertà costituzionali, e anche quelle ONU, OSCE e UE, sono morte. Giorno dopo giorno, sanzione dopo sanzione, la lista di proscrizione si allunga. Siamo al delitto di “connivenza col nemico”. Democraticamente, senza che tutto ciò coinvolga minimamente una roba obsoleta come tribunali e giudici. Basta un’Ursula, esecutivo. Un decreto.

Dunque habemus quartettum. E perché non quintettum? Che ne dite di un bel Crosetto-Cingolani-Cavo Dragone-Piantedosi-Valditara? Ah no? E allora a chi fareste chiudere il cerchio della persuasione volens-nolens, se non da uno cui spetta allestire l’indispensabile scambio formativo tra caserma e aula, scuola e leva, dio-patria-famiglia-moschetto? Un bel ministro dell’Istruzione e del Merito? Scambio scuola-lavoro che vada oltre la pratica dello svuota- bidoni, o stagista alla catena, ma renda i nostri ragazzi, quindi tutta la società, come ai tempi del Balcone, o come Merz-Blackrock:ha vaticinato al Reichstag: “kriegstuechtig” (*)?

(*) Abile alla guerra, agguerrito.