martedì 21 aprile 2026

FULVIO GRIMALDI --- IL LIBANO DA VICINO --- Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

 


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L’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.

Tregue all’israeliana

 

Mentre scrivo, dei 10 giorni di tregua imposti dall’Iran, da Israele ne sono stati sgretolati quattro. Cosa ne resterà dopo l’ukase di Trump a Netaniahu, sta in grembo a Giove. Anzi a Netanyahu. E visto il ruolo non secondario svolto anche dallo psicolabile col botto, il contrario di tutto quanto proclamato ieri, sarà all’ordine del giorno domani. Godiamoci il giorno di mezzo. Quello in cui The Donald ha ordinato a Bibì di smetterla con le bombe.

Godimento durato poco. Ci ha pensato Bibì a farlo svaporare. La sua risposta al divieto di Trump è stato l’ennesimo attacco ai caschi blù dell’Unifil, stavolta francesi, Un morto e tre feriti gravi. Qualche cabarettista dei media scrive che sono stati gli Hezbollah. Proprio quelli che in un quarto di secolo di Unifil non hanno mai avuto un attrito con i caschi blù. Imvece, chi è che da due anni non smette di attaccare, danneggiare, sparare, ferire e, ora, ammazzare quei fastidiosi caschi blu che pretendono di far rispettare le risoluzioni dell’ONU? Chi è che ha sfondate i muri delle caserme a forza di bombe? Chi è che ha speronato con i carri armati blindati italiani? Ovvio, sempre gli Hezbollah. Peccato che sono di quelli che hanno la stella di David sul bavero e ancora odorano del sangue di bambini gazawi.

Come sta buttando? Voltandosi indietro, essendo la Historia Magistra Vitae, si vede benissimo cosa succederà più avanti con Netanyahu, Trump, Iran, Libano. Al peggio per i primi due finirà come è finita a Ho Ci Minh City, a Phnom Penh, a Kabul, in Donbass, alla Baia dei Porci (in caso di sbarco). Al meglio, sempre per loro, come è finita in Iraq, Siria, Libia, dove non hanno perso, ma non hanno vinto e non hanno cavato un ragno dal buco. Di sicuro, con Iran e Palestina, non finisce come in Venezuela, un inedito.

1967, dalla mattanza in Israele al luccichio di Beirut

Giugno 1967. Mi chiama, a Londra, Paese Sera, irriverente quotidiano romano di sinistra del quale, lavorando alla BBC, ero corrispondente: “Salta sul primo aereo e vai a Tel Aviv, da Roma non parte più niente, c’è la guerra. Ti mandiamo i soldi a una banca lì…”

MI ritrovo a Heathrow, schiacciato tra energumeni vociferanti su un aereo stipato di ebrei che vanno a combattere nella guerra di Israele contro gli arabi.

Battesimo da inviato di guerra, stigmate che non mi abbandonerano più, anche perchè nella guerra, quella del 1940-45 c’ero cresciuto e finì col diventare il mio habitat naturale. Mia madre, rifuggendo dai bunker “dove si muore come topi”, aveva fatto dei bombardamenti un gioco: da una torretta sul tetto di casa a Napoli, ci faceva fare a gara, a me e mia sorella, a chi scoprisse per primo un aereo britannico abbattuto dalla contraerea. Fece della paura uno sconosciuto.

Battesimo di una patria d’adozione, la Palestina. Battesimo di un nemico ontologico, il Sionismo colonialista d’insediamento. Battesimo arabo, patria d’adozione.

Espulsione da Israele e per vent’anni persona non grata per essermi azzuffato con un capitano dell’IDF che, da ufficiale dell’ ”esercito più morale del mondo” aveva sbeffeggiato i cadaveri dei soldati egiziani lasciati marcire nel deserto, sentenziando che “l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Espressione etica che avrei poi ritrovato sulle pareti delle case diroccate di Gaza, al passaggio dell’IDF di Piombo Fuso.

Penso che, a guardar bene, la si possa ritrovare anche oggi, su qualche muro di quel che resta del Libano del Sud, quello del milione e mezzo di sfollati vagolanti per il paesuccolo dei 10.450 km2 e 6 milioni di abitanti. A edificazione dell’esercito più morale del mondo li puoi vedere attorcigliati in una nuova metropoli di minuscole tende buttate a casaccio sulla “Corniche”, lo storico lungomare dei lussi e piaceri dei tanti fuggitivi da qualche giustizia.

Paese Sera telefona: visto che ci sei, facci anche un giro a vedere come sono messi i paesi arabi. Dunque Egitto del nazionalista panarabo Nasser, Siria di Atassi, un quasi bolscevico, il Libano delle banche. Banche dagli standard laschi, rimpinzate di petrodollari dagli emiri del Golfo, ma anche accogliente refugium peccatorum alla Felicino Riva, o Marcello Dell’Utri, o mafiosi, o fascisti di Salò…

Dalle stelle agli stracci

 

Come Ernesto Brivio, bancarottiere fascistissimo, presidente della Lazio, autoproclamatosi “L’ultima raffica di Salò” per avere ribadito la sua fede incrollabile in Mussolini sparando, il 27 aprile 1945, una raffica di mitra contro lo stabilimento di panettoni Motta. Lo incrociai latitante, filmando qua e là, in uno di quei hotel a cinque stelle e più che, alternandosi con banche gonfie come vampiri a mezzanotte, sfolgoravano sul lungomare di Beirut, la Corniche appunto.

Era la Beirut chiamata “Parigi del Medioriente”, dei sogni proibiti di speculatori, grassatori, bancarottieri, biscazzieri, malviventi d’alto bordo, che dall’Europa, e dall’Italia pre-Nordio, vi si rifugiavano inseguiti da qualche magistrato. Serviva da dependance per i servizi meno onorevoli della City di Londra e da paradiso fiscale per coloro che del giro finanziario erano finiti in periferia. Siccome, presto o tardi, poteva far comodo a chiunque, non ci si sognava di esigere estradizioni.

Non è stato l’unico contributo italiano allo scintillìo epigonale delll’ex-colonia francese, sapientemente recisa dalla madre Siria perché, antisionista e socialista, già sospettata di veleggiare verso il nazionalismo antimperialista e panarabo inaugurato da Nasser in Egitto. Come non ricordare malandrini fuggitivi come l’oggi riabilitato Dell’Utri, o Felice Riva, ex re del cotone e presidente del Milan, o  Amedeo Matacena, boss dei traghetti, mafiosi e ndranghetistti e altri della créme internazionale del crimine finanziario.

Tutto questo spettegolìo per dire cosa fosse questa Beirut, prima di una serie di tregende di cui si fece carico eminentemente il possente vicino con la stella di David. Vera e propria nemesi. Ai piedi di quegli alberghi, quali dalle recenti bombe israeliane svuotati e ridotti a mura con buchi neri al posto delle finestre, quali finiti in polvere sui marciapiedi, oggi si vede formicolare, tra tende a cartoni, parte di quel quinto di popolazione libanese che Israele ha liberato dei suoi alloggi, campi, orti, scuole, ospedali, chiese e moschee. Dalle stelle agli stracci. Dalla Parigi del Medioriente alla nuova Gaza.

Tra quel prima e questo dopo c’è però tanta storia. Ne ha fatto le spese non solo quella criminalità dorée che i coltivatori della valle della Bekaa rifornivano di ineguagliabile erba e coca, ma tutto un popolo di onesti esseri umani, contadini, operai, ristoratori, insegnanti, artisti. Proprio quelli che oggi si vedono vagolare per lande e abitati, lungo i marciapiedi della Corniche, con addosso fagotti, bimbetti e quel che rimane di una vita. Sempre più a nord, in fuga dalla fregola di uccidere del sempiterno aggressore, senza che uno Stato, imbelle e assente, addirittura connivente col nemico, sappia offrire riparo, protezione, futuro.

Libano come Gaza

 

Un racconto scritto e uno video

Dei conflitti in Libano, invasioni israeliane e guerra civile, sono stato frequentatore nell’arco di trent’anni, dandone conto su pubblicazioni come “Paese Sera”, “Giorni Vie Nuove”, il quotidiano “Lotta Continua”, che mi sfruttava a gratis sia come direttore che come inviato, “Sette Giorni”, “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri, il periodico “The Middle East” di Londra, il quotidiano iracheno “Baghdad Observer” il “Nouvel Observateur” e, perdonatemi, occasionalmente anche il “manifesto”. Penso che fogli ingialliti, pudicamente celati, se ne trovino nell’Archivio di Stato

Il primo colpo israeliano è del 1978. Come tutti i successivi, sta iscritto nel programma strategico del fondatore Herzl e di tutti i prosecutori, attraverso Ben Gurion, Weizmann, Golda Mair, fino a Netanyahu. Col quale ora non si parla più tanto di olocausto da non far ripetere, quanto di Grande Israele da finalmente erigere, a forza di forza e basta, visto che lo scudo morale dell’olocausto l’hai ridotto in frantumi.

Verso il Grande Israele

E c’è ancora chi crede alla barzelletta della “zona cuscinetto” fino al Litani, con cui Israele, presidiandola, pretenderebbe di proteggere i suoi coloni dai razzi di Hezbollah. Come devono stare le cose lo hanno fatto capire Chaim Weizmann e David Ben Gurion nel 1919 alla Conferenza di Pace di Parigi, quando presentarono una mappa della “Patria Nazionale Ebraica”, abusivamente fatta discendere dai regni biblici. Mentre gli interlocutori europei pensavano a un Israele limitato alla Palestina mandataria, questa mappa estendeva il territorio a nord, a includere il Libano meridionale fino al Litani, con estensioni a sud oltre Damasco, il Sinai e la Giordania orientale. Tutto attentamente calcolato, guardando meno ai conclamati confini biblici, quanto alle risorse naturali e agli sbocchi idrici.

Da “Parigi del Medioriente”a lager dei palestinesi

Io ero arrivato prima. Giugno 1976. Brivio c’era ancora, ma rintanato da qualche parte. La Guerra dei Sei Giorni aveva cambiato il vento. Non era più tempo da esibirsi ai tavolini della Corniche attorniato da belle donne ammaliate dal racconto delle “ultime raffiche”.  Alle spalle degli Hotel e delle banche si allargava una nuova Beirut, dove gli spazi venivano occupati da case addosso a case, dai fili elettrici di finestra in finestra, dai rifiuti che si autogestivano, dalle fogne formate da canaletti che si limitavano a fare un giro largo intorno ai portoni.

Man mano che la Corniche, o Al Hamra, l’arteria sfavillante dei bei negozi e caffè e saloni, si svuotavano, lì dietro lo spazio si animava, si affollava, tracimava: buona parte degli 800.000 palestinesi della Nakba e quasi tutti i 300.000 cacciati nella Guerra dei Sei Giorni vi si erano fatti insediare. Uno Stato abituato alla generosità verso i malviventi e i possenti, non ne conosceva l’uso verso gli onesti e le vittime: niente cittadinanza, niente mercato del lavoro, niente case fatevele voi, per l’istruzione c’è l’UNRWA. Tanto avete detto che volete tornare in Palestina, no?

Al mosaico etnico e soprattutto confessionale che la Francia aveva composto nel segno del divide et impera - drusi (5%) e arabi (95%), cristiani maroniti (poco meno del 30%) musulmani sunniti (20%) e musulmani sciti (la maggioranza, verso il 40%) - si aggiunge questo elemento. Che, suscitando preoccupazione e speranze, nell’esilio si era portato dietro le armi e un fortissimo senso della propria identità.  Lo accolgono gli sciti, che ne vedono rafforzata l’istanza di uscita dalla minorità politica e marginalizzazione sociale. Li vedono di buon occhio i drusi del grande e illuminato leader, Kamal Jumblatt.

Samir Geagea e Amin Gemayel

Conseguentemente sono considerati spina nel fianco dei cristiani maroniti, borghesia banchiera, immobiliarista e imprenditoriale, privilegiata nei territori e nella gerarchia politica: fornisce il capo dello Stato (ai sunniti il premier, agli sciti il presidente dell’Assemblea). Ci sono le premesse per una rivoluzione, o, male che vada, per una guerra civile. Si armano i fascisti della Falange di Amin Gemayel e delle tuttoggi attive “Forze Libanesi” capeggiate da un altro squadrista, intimo di Tel Aviv, Samir Geagea.

Di invasione in invasione

Il Libano per Herzl & Co, se in prospettiva figura tutto nel Grande Israele, per una fase transitoria doveva cedere territorio. Perlomeno quella ventina di chilometri che vanno dal confine, mai definito da Israele, al fiume Litani. Terra fertile, ricchezza agricola e alimentare del paese, fino a pochi mesi fa popolatissima, costellata di città storiche come Tiro, Sidone, Nabatieh, oggi custodi impotenti di patrimoni archeologici ridotti in macerie, e di una galassia di villaggi. Popolazione al 90% scita e dunque base popolare e retroterra strategico, come altre aree scite nel nord e nell’est del paese, di Hezbollah. Quel milione e passa cacciato – “evacuato” – al momento dell’assalto, finito sui marciapiedi di Beirut, ma che giovedì 16 aprile, tempo cinque minuti dall’annuncio della tregua, sfidando ciò che ormai ogni arabo sa gli potrebbe fare Israele, si è rimesso in spalla, in moto, in furgone quanto gli era rimasto, per tornare al Sud e ricongiungersi alle radici.

Acqua e gas per il Grande Israele

L’annessione di territori, in questo caso, assume un interesse secondario, collocato nel tempo. Per lo Stato sionista contano le due risorse che dovrebbero sopperire a un deficit del territorio occupato nel 1948: acqua e idrocarburi. Questi ultimi riccamente presenti in giacimenti prospicienti il Libano del Sud.

Con l’ “Operazione Litani” del 1978, Israele interviene in Libano per sostenere nella guerra civile libanese, innescata dall’arrivo dei profughi palestinesi e dalla loro partecipazione alle lotte di riscatto della maggioranza scita, la componente cristiano maronita, sua alleata dai giorni della costituzione dello Stato sionista, organizzata in milizia armata. Attraversando fasi alterne, il conflitto si protrarrà fino agli anni 90 e si concluderà con un nulla di fatto rispetto agli equilibri costituiti. Con però una novità decisiva: nel 1985 sorgerà un nuovo protagonista del contesto libanese e mediorientale: Hezbollah.

L’invasione del 1978 si limiterà alla fascia sud del Libano, dove Israele pretende di costruire una zona di sicurezza. Diventerà lo stereotipo a giustificare tutte le future invasioni.  Si lascerà alle spalle un paio di migliaia di morti, tra caduti palestinesi e civili.

L’invasione del 1982 è invece quella che si traduce in occupazione di gran parte del Libano, fino alla capitale. Mira a porre fine alla presenza militare palestinese e a quella della Siria, storicamente “protettrice” della parte che le è stata tolta, con il presidente marxista-leninista Nureddin al Atassi e poi con Assad padre. L’invasione si lascia dietro la strage del campo profughi palestinese di Sabra e Shatila, 4000 civili massacrati, donne bambini, vecchi, compiuta dai falangisti con licenza e sotto supervisione del generale Ariel Sharon, futuro premier d’Israele. Si conclude nel 2000 con il ritiro israeliano sotto pressione delle milizie Hezbollah.  Non sarà l’ultima disfatta subita da Israele in Libano per mano di Hezbollah.

Hezbollah, unica difesa della sovranità e libertà del Libano

Naim Qassem e Hassan Nasrallah

Il “Partito di Dio”, nasce nel 1985 come formazione politica e parlamentare per dare una rappresentanza più robusta alla comunità scita rispetto a quella di Amal, storico partito scita al cui capo spetta la presidenza dell’assemblea parlamentare. Da allora quella carica è detenuta da Nabih Berri. Le forze combinate di Amal e Hezbollah che, alleate, produrranno un contrappeso efficace alle milizie maronite filoisraeliane della Falange, sostenute da Francia e USA. Sarà l’uccisione di Amin Gemayel, nel settembre del 1982, attribuita ai siriani, a offrire il pretesto per una nuova invasione israeliana.

Negli anni successivi Hezbollah, guidato da Hassan Nasrallah, forma, in risposta all’aggressione e all’incapacità, o piuttosto non disponibilità, del governo libanese ad affrontare l’invasore, le sue milizie armate, poi componente fondamentale dell’Asse della Resistenza ispirata da Tehran. Il bilancio di 18 anni di occupazione e conflitto furono una prima distruzione di buona parte del Sud e di Beirut e migliaia di morti, mai precisamente calcolati. Rappresentano una nuova e più agguerrita fase della resistenza arabo-musulmana, di popolo più che di Stato, alla strategia israelo-statunitense che ha per perno la cancellazione di ogni ipotesi di statualità palestinese, fino all’eliminazione fisica di quel popolo.

Con Stefano Charini, carissimo amico, grande conoscitore del Medioriente e prestigioso inviato del “manifesto”, visitammo in quegli anni ripetutamente il Libano, i campi profughi dei palestinesi, il Sud devastato, gli Hezbollah, le periferie scite della miseria e coscienza. Incontrammo Naim Qassem che oggi, dopo l’assassinio di Hassan Nasrallah, è il segretario di Hezbollah. Accompagnati da militanti di Hezbollah visitammo il Sud fino alla famigerata “linea blu” che si suppone possa essere il confine, peraltro mai dichiarato, dello Stato sionista.

 

Khiam, l’orrore che precede Gaza

Notorio in tutto il Medioriente era il carcere allestito dagli occupanti israeliani in vicinanza del confine, nella località di Khiam. Le condizioni in cui venivano lì detenuti i “terroristi” fatti prigionieri e civili sospettati di appoggiare Hezbollah, erano state ripetutamente denunciate da organizzazioni dei Diritti Umani, dalle stesse autorità libanesi e anche dalla non sempre affidabile Amnesty International. Mi vennero mostrate le orripilanti condizioni del centro di detenzione. La sistemazione più vivibile erano gabbie in cui di 8 metri per 5 in cui finivano ammassati fino a 40 prigionieri. Poi celle prive di finestre e servizi igienici, perennemente al buio, delle dimensioni di un armadio e altre, “di punizione”, scatoloni in cui si era costretti, per giorni, a stare raggomitolati. A chi ha letto le relazioni sui centri di detenzione oggi gestiti da Israele nel Sinai e in Cisgiordania, basate su testimonianze dirette di medici, detenuti rilasciati, operatori umanitari e della stessa Francesca Albanese, le mostruosità disumane di Khiam non rappresentano una novità.

Presentato come l’esito di una risoluzione delle Nazioni Unite, la 425, e della creazione dell’UNIFIL, caschi blù incaricati di garantire sicurezza e fine delle ostilità, il ritiro di Israele fu determinato dall’azione militare di Hezbollah. Con il sostegno fattivo, logistico e umano, della popolazione, la conoscenza capillare di un territorio funzionale alle operazioni di guerriglia, la pur soverchiante potenza di fuoco israeliana non era risultata decisiva. Se Israele si acconciò ad accettare il dispositivo ONU e a ritirarsi completamente dal Libano, non fu certo per osservanza di un dettato del Consiglio di Sicurezza le cui risoluzioni dallo Stato ebraico erano state sistematicamente ignorate.

Protagonista di questa vera e propria disfatta della conclamata superpotenza militare israeliana, che anche in questa nuova aggressione sta dando notevole filo da torcere ai nuovi invasori israeliani. Sia sul terreno, sia con il martellamento degli insediamenti colonici nella Galilea occupata che ne ha determinato il parziale svuotamento.  

2006, un mese per costringere il più potente esercito del Medioriente ad abbandonare il Libano

Il 14 luglio del 2006 Israele invade per l’ennesima volta il Libano. E’ costretto a ritirarsi nel giro di un mese. La mia telecamera arriva in tempo per vedersi realizzare la sconfitta simbolicamente più grave mai subita dallo Stato ebraico: la battaglia vinta da Hezbollah a Bint Jbeil, seconda città del distretto di Nabatieh, nell’estremo sud del paese. Echeggiano gli spari dell’esercito più potente della regione costretto a coprirsi la ritirata.  La conoscenza del terreno, l’intelligence sui movimenti del nemico assicurata dalla popolazione, la maggiore agilità manovriera e, probabilmente, anche la maggiore motivazione, determinano il rapporto di forze. Faccio in tempo a vedere partire dalle case diroccate della Bint Jbeil le salve dei razzi che inseguono un esercito in ritirata. Le serate successive vedranno un susseguirsi di festeggiamenti, a volte tra le macerie, di una popolazione che si manifesta unita a quello che, in assenza di una forza istituzionale, considera il suo esercito, la sua difesa. Al quale fornisce combattenti e mezzi.

Quando, giovedì 16 aprile, è stata proclamata la tregua dei 10 giorni, era in pieno svolgimento quella che prometteva di essere la riedizione della mitica battaglia di Jint Beil nel luglio 2006. E non è improbabile che la possibile ripetizione di quell’evento possa aver contribuire all’accettazione del cessate il fuoco da parte di Israele.

Armi proibite

Come con Piombo Fuso a Gaza, ho potuto essere testimone dell’uso, senza scrupoli e senza rispetto per norme e convenzioni internazionali, di strumenti di morte formalmente vietati. Centri e campi del Sud del Libano disseminati di bombe a grappolo a tempo. Oggi gli abitanti espulsi dalle loro terre parlano di sostanze tossiche disseminate sui campi da coltivare per farne terra inquinata, bruciata. Allora, provando a tornare al lavoro su quei campi dopo il ritiro israeliano, bambini e adulti saltavano per aria, uccisi e mutilati dalle mine lanciate dagli aerei e destinate a restare inerti e invisibili fino al momento dell’innesco provocato da un piede umano, da una pecora, da un cane.

E negli ospedali i medici si disperavano su feriti inguaribili, penetrati da pallottole che non uccidevano, ma lavoravano all’interno del corpo, sugli organi vitali, provocando emorragie e necrosi incontenibili. Un sovrappiù di sofferenza, prima di morire.

Ho ricordato come, in questi giorni, la battaglia fosse di nuovo quella di Bint Jbeil. Quella di un popolo che si arma per difendersi. La decimazione della dirigenza Hezbollah con i famigerati cercapersone, o la distruzioni senza precedenti causate in tutto il Libano dai bombardamenti sulle presunte roccaforti della guerriglia (che non hanno risparmiato nessuna delle componenti etniche e confessionali, né, come al solito, quartieri residenziali, ospedali e scuole), non sembrano aver ridotto la tenuta di questa componente dell’Asse della Resistenza.

 

La ritirata degli invincibili

Trump annuncia per il Libano una tregua di 10 giorni e colloqui telefonici, persino alla Casa Bianca, tra Netanyahu e il generale Joseph Hanoun, il presidente maronita che, d’intesa con il premier Nawaf Salam, aveva obbedito all’inviato di Trump, Tom Barrack, che, l’anno scorso, gli aveva intimato di disarmare Hezbollah. Nulla di tutto questo è avvenuto. Un conto è annunciare quel riarmo e un altro è riuscire a farlo eseguire su una forza armata, sostenuta dalla maggioranza della popolazione, utilizzando un esercito mai impiegato in guerra e composto in buona parte da membri della stessa comunità dei disarmandi.

Trump, nel disdoro universale, sta precipitando di crisi incontrollabile in crisi catastrofiche. Netanyahu che, approfittando del proprio potere ricattatorio e dello squilibrio di un partner che, pure, potrebbe determinarne la caduta con una sola mossa del Pentagono, reagisce al fallimento iraniano provando a ripetere in Libano. i “successi” genocidari di Gaza e Cisgiordania.

Il troppo stroppia, lo dice la Storia. E il troppo si è materializzato in Iran, nell’Asse della Resistenza, in tanti milioni per la Palestina e contro i King in tutto il mondo. Tanto da costringere i più cari amici e compari a salvarsi il culo elettorale facendo qualche passetto di lato rispetto al sodalizio. E, un frammento di quello stroppio deve essere penetrato perfino tra le circonvoluzioni cerebrali del baracconista di Washington, quando ha sbattuto dietro la lavagna quello che, con ingiustificata indulgenza, chiameremo  il Franti di Tel Aviv..

Potrebbe essere l’inizio della fine. Di una lunga fine. Se affonderanno, vorranno farlo in un oceano di sangue. In stile messiannico-millenarista.

Ci disse Naim Qassem, segretario di Hezbollah: “Noi non cederemo, non ci arrenderemo, nessuno ci disarmerà. Sarà il campo di battaglia a parlare. I negoziati annunciati saranno vani, senza la cessione totale dell’aggressione, il ritiro da tutti i territori occupati, la liberazione dei prigionieri, il ritorno in sicurezza degli abitanti ai loro abitati, fino all’ultima casa vicino alla frontiera, e con la ricostruzione decisa a livello ufficiale, interno e internazionale”.

Condizioni come quella stabilite nell’accordo per il cessate il fuoco del novembre 2024. Firmato anche da Israele.

domenica 19 aprile 2026

FULVIO GRIMALDI UNO SGUARDO DAL FRONTE --- Nuova edizione integrata e aggiornata

 

FULVIO GRIMALDI

UNO SGUARDO DAL FRONTE

Nuova edizione integrata e aggiornata

Presentazione del libro nell’intervista di Luca Buscia per L’Antidiplomatico Edizioni

https://www.youtube.com/watch?v=Rgg151KxD-k

Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari.

Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.

Testo di Antonio Martone, Professore di Filosofia Politica e di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Salerno, poeta e romanziere. Ha partecipato con numerose voci all’Enciclopedia del pensiero politico, a cura di R. Esposito e C. Galli (Laterza 2000). Tra le sue opere più recenti, Un’etica del nulla. Libertà esistenza politica (2001), Storia, filosofia e politica. Camus e Merleau-Ponty (2003). L’autore fa parte del comitato di direzione di Filosofia politica.

 

Caro Fulvio,

ti scrivo per ringraziarti del dono prezioso che mi hai fatto: “Uno sguardo dal fronte” è un testamento di vita vissuta, un documento che attraversa la storia con la forza di chi non ha osservato gli eventi da una poltrona o da una redazione, ma li ha attraversati, respirato, toccato con mano.

La dedica che hai scritto per me è tanto nobile quanto solo un uomo di particolare sensibilità può essere. Quelle parole portano il segno di quella stessa umanità profonda che traspare da ogni pagina del libro. Mi hanno toccato nel profondo, perché rivelano che dietro al giornalista combattivo (non è una sorpresa per me) c’è un uomo capace di autentica generosità.

In un’epoca in cui la storia ci viene raccontata attraverso sintesi preconfezionate e narrazioni ideologiche, il tuo libro rappresenta qualcosa di radicalmente diverso: uno sguardo lungo, profondo e continuo su decenni di conflitti, di lotte, di trasformazioni che hanno plasmato il mondo in cui viviamo. Non è la storia vista dall’alto delle cancellerie o filtrata attraverso i comunicati stampa ma la storia vista dal basso, dal fronte appunto, laddove le ideologie si scontrano con la carne viva delle persone.

Quello che rende unico questo tuo lavoro è la continuità dello sguardo. Si tratta di una testimonianza che abbraccia settant’anni di presenza diretta sui teatri più caldi del pianeta. Dalla Palestina all’Irlanda del Nord, dal Corno d’Africa all’America Latina, dalla Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia e alla Siria: hai visto con i tuoi occhi quello che altri hanno solo raccontato per sentito dire. E questo fa tutta la differenza del mondo.

C’è poi un aspetto che mi colpisce profondamente: il fatto che questo libro nasca da otto ore di intervista con Leonardo Rosi non è un dettaglio marginale. In un’epoca in cui il dialogo tra generazioni sembra essersi interrotto, in cui i giovani vengono spesso lasciati soli di fronte a un mondo incomprensibile e gli anziani relegati al silenzio o alla nostalgia, tu hai scelto di trasmettere. Hai accettato di raccontare, di consegnare a una generazione che non ha vissuto quegli eventi la memoria diretta di ciò che hai visto e vissuto.

La tua prospettiva anti-imperialista, la tua critica all’Occidente predatorio, alla NATO, alle guerre mascherate da interventi umanitari nasce dall’accumulo di esperienze, dall’aver visto ripetersi gli stessi schemi, le stesse menzogne, gli stessi interessi mascherati da nobili cause. Il tuo richiamo a Spengler e al tramonto dell’Occidente, appreso quando eri bambino tra le macerie della Germania bombardata, attraversa tutto il libro come un filo rosso che lega la tua infanzia alla tua maturità di testimone della storia.

Provo un profondo rammarico nel constatare che un libro come questo non abbia la diffusione che meriterebbe. In un paese e in un’epoca che avrebbero disperatamente bisogno di voci alternative, di sguardi che osino mettere in discussione la narrazione dominante, di testimonianze che mostrino l’altra faccia delle guerre che l’Occidente combatte in nome della democrazia reale non quell ache serve soltanto come ideologia di conquista. “Uno sguardo dal fronte” dovrebbe essere nelle mani di ogni persona che voglia capire davvero come si sono svolte le cose del mondo nel periodo lungo di cui ti occupi. Invece, temo che rimarrà confinato in una nicchia, letto da chi già condivide certe posizioni. Caro Fulvio, forse è proprio questo il destino delle voci scomode: parlare a chi è già disposto ad ascoltare, mentre gli altri continuano a nutrirsi delle versioni rassicuranti che i media mainstream propinano quotidianamente.

Eppure, il destino di un libro è imprevedibile e spesso misterioso. I libri hanno una loro vita autonoma, una capacità di sopravvivere ai loro tempi, di riemergere quando meno te l’aspetti, di trovare i lettori giusti nel momento giusto. Chi può dire che cosa accadrà tra dieci, vent’anni, quando le polveri si saranno posate e le menzogne del presente appariranno in tutta la loro evidenza? Chissà che un giorno questo tuo libro non possa rischiarare proprio quegli eventi che oggi vengono sistematicamente distorti, facendo finalmente giustizia delle chiacchiere infinite che il circo mediatico di corrotti recita tutti i giorni sui nostri schermi.

Quando la propaganda di oggi sarà riconosciuta per quello che è, quando le “verità” ufficiali si riveleranno per le menzogne che sono, libri come il tuo saranno ancora lì a ricordare che cosa è realmente accaduto. La storia ha l’abitudine di riabilitare le voci che il presente condanna al silenzio, e di smascherare i ciarlatani che oggi occupano le prime pagine e i talk show. Il tuo libro è certamente destinato a durare molto più a lungo delle loro chiacchiere.

Voglio dirti, Fulvio, che questo non è un libro da leggere e accantonare. Non è uno di quei volumi che si chiudono con un senso di soddisfazione per aver acquisito qualche informazione in più. È un libro da meditare a lungo, da riaprire continuamente, da consultare ogni volta che si vuole sentire sui propri occhi e nella propria mente l’impatto della storia stessa - senza coperte ideologiche, senza schermi protettivi e senza le consolazioni delle narrazioni semplificate. È un libro che disturba, che inquieta, che costringe a fare i conti con la complessità e la durezza del reale. Ed è proprio per questo che è così importante.

Grazie, Fulvio, per aver avuto il coraggio di raccontare quello che hai visto, per non esserti piegato alle convenienze, per aver scelto di stare dalla parte dei vinti piuttosto che da quella dei vincitori. Grazie per avermi regalato questo libro, che custodirò come un compagno di strada nel tentativo di capire questo mondo difficile.

Con stima e gratitudine profonda,

Antonio

 

sabato 18 aprile 2026

FULVIO GRIMALDI con ALBERTO FAZOLO --- “L’IMPERO TRABALLA”

 


Panorama geopolitico fuori dagli schemi

FULVIO GRIMALDI INTERVISTATO PER “GAP” DA  ALBERTO FAZOLO

https://www.youtube.com/watch?v=NMPka0BStZg

Dal Corno d’Africa a Hormuz, da Caracas a Beirut, da Gaza a Kiev, l’Occidente capitalista all’ora della guerra e del fascismo. Un giro d’orizzonte che fa saltare le cassette di sicurezza del mainstream.

mercoledì 15 aprile 2026

FULVIO GRIMALDI --- BLOCCO A HORMUZ, CRACK A WASHINGTON --- Ma follow the money

 


Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”

https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk

https://youtu.be/XC9qManzFdk

 

Il mantra: destabilizzare

Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.

Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.

 

Il NYT e le sue gole profonde

Il New York Times, da sempre portavoce strategico dei globalisti, meno ottuso dei nostri gazzettieri dal “comandi” incorporato, ha suonato la campanella del cambio di lezione. Grazie alle gole profonde di cui dispone, ha voluto rivelarci la crepa apertasi nella “Situation Room” della Casa Bianca l’11 febbraio Era il giorno in cui il comandante in capo ha illustrato ai quadri operativi i quattro scenari del trionfo sull’agnello sacrificale indicatogli dagli autonominati succedanei di Giosuè. Dunque non erano i suoi, glieli aveva dettati il socio di maggioranza di Tel Aviv stringendogli un tantino alla gola, casomai rilutasse, il cappio Epstein. Ma da mo’ queste sono, tra Tel Aviv e Washington, mere sottigliezze. Da quelle parti lo si sa benissimo da sempre: uniti ce la si fa, disuniti chissà.

Quattro scenari per la vittoria. O per il disastro.

La scaletta discussa nella “Situation Room”, ovviamente imperativa, era: 1) uccidere i capi supremi, 2) disintegrare le forze armate iraniane, 3) innescare una sollevazione popolare, 4) installare un regime suddito. Impossibile sbagliare, data la potenza militare combinata dei due colossi nucleari. Sarebbe bastato agitarla e il castello di carte, eretto dagli ayatollah sui cadaveri di “40.000 (quarantamila) manifestanti trucidati”, sarebbe crollato. Sarebbe bastato, secondo i dissidenti fidati, un soffio del figlio dello Shah.

Così Trump, come gli insider del NYT riferiscono. Così un po’ meno i suoi quattro operativi, per quanto animati dalla stessa ansia millenarista di apocalisse di un presidente che, occasionalmente, fa anche Gesù. Il residuo legame con le cose del mondo li aveva lasciati perplessi. Il più sboccato di costoro, ma anche il più con le mani in pasta, John Ratcliffe, direttore della CIA, osò parlare di “farsa”. Non gli fu da meno il Segretario di Stato Rubio. Ecco il suo squittìo da falco: “in altre parole, bullshit”, che sarebbe merda di toro, ma va inteso come “cazzata”. Come da suo compito, più tecnico il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto: “Si tratta della solita procedura degli israeliani: si sopravvalutano e formulano piani abborracciati”. I

In fine D.J. Vance, con l’occhio lungo su una vicepresidenza che potrebbe diventare presidenza: “Questa è una guerra che potrebbe distruggere la tua coalizione politica”. Poi, scandendo le parole: “Tu sai che si tratta di una pessima idea. Ma se lo vuoi fare, sarò al tuo fianco”. La pronuncia, un voto di fiducia col mal di pancia, venne ripetuta dagli altri tre. Dal generale con queste parole: “Se lei ordina l’operazione, l’esercito la eseguirà”. Crepa aperta e lì per lì chiusa, a briglia sciolte e occhio fisso sul crine giallo, verso il disastro.

Primum fare soldi

Ciò che forse nemmeno i quattro apostoli del Gesù giallochiomato sospettavano era che dei quattro punti per l’obliterazione dell’Iran, quinta o sesta potenza militare mondiale, al capo interessava relativamente. E a paroloni. E ancora di meno, una volta constatata l’invincibilità della “civiltà da distruggere in una notte”. Si trattava essenzialmente di due priorità: far star zitto quel rompicazzo di Netaniahu che, un po’ con Epstein, un po’ con i fondi d’investimento, lo tiene per le palle e, soprattutto, fare soldi.

Gli Stati Uniti di Trump e compari, azionisti in varie forme, si sono ridotti, a forza di delocalizzazioni e spargimenti di dollari che la dottrina MAGA avrebbe dovuto correggere, al 18% della capacità produttiva mondiale e a un debito pubblico che si avvicina ai 40 trilioni. Un default ambulante. Ma essendo degli illusi del popolo MAGA l’illusionista il king, del blocco iraniano di Hormuz se ne fotte altamente. Gli basta far figura sbattendo i pugni sul tavolo e, infine, opponendogli il suo di blocco, fuori da Hormuz Nell’Oceano Indiano dove non blocca che l’unico porto iraniano che non sta nel Golfo Persico, ma che è anche porto da cui si diramano gas-e oleodotti in viaggio verso le stesse destinazioni asiatiche delle navi. La contromossa del blocco trumpiano equivale alla ripicca del bambino che ti porta via la macchinetta dopo che gli hai rubato l’orsacchiotto.

E’ vero che Tehran tiene sotto schiaffo tutti i porti e impianti e giacimenti nel Golfo degli amichetti coronati degli USA. Ma tanto quelli rifornivano soprattutto l’Europa e, come si sa dai tempi di Victoria Nuland a Kiev, “Fuck Europe!” Intanto i Maga non avranno più tanto da lamentarsi: al paese arrivano i soldi di chi è costretto, come gli euro-minorati, a farsi luce, caldo e freddo e a far andare le macchine con il petrolio e il gas fracking degli USA. USA divenuti non solo autosufficienti, ma esportatori netti del più costoso fossile del mondo. L’illusionista ne farà ricadere qualcosa sui suoi illusi. A settembre si vota negli USA.

 Ma poi se da noi l’amichettismo è quello della distribuzione di poltrone, direzioni d’orchestra e appalti, da loro, oltre Atlantico, si gioca ad altri livelli. Di borsa. Si chiama Insider Trading, classico reato dei manovratori di denaro. Avete visto cosa succede ogni qualvolta Trump rumoreggia? A seconda della notizia buona o cattiva, gli indici di borsa internazionali schizzano o sprofondano. Meccanismo grazie al quale c’è chi si fa un mucchio di miliardi comprando quando conviene comprare, vendendo quando conviene vendere. Conoscendo picchi e tuffi in anticipo. E chi li prepara e poi glieli li comunica? C’è da chiederselo?

Trump è lì per questo. Tutto il resto è ammuina. Salvo morti e macerie.

 

 

domenica 12 aprile 2026

Fulvio Grimaldi --- HORMUZ, LA PALESTINA PASSA --- Visto il bluff del pokerista

 



TAG24 https://www.youtube.com/watch?v=7iWCoxHLyZM

https://youtu.be/7iWCoxHLyZM

Francesco Fatone intervista Fulvio Grimaldi

Se c’è una dimostrazione non occultabile della sconfitta e conseguente disperazione, è la carneficina allestita da Israele in Libano. Dagli stretti di Hormuz, bloccati per tutti i carnefici e loro scherani, passa vincente la Palestina.

Gli accordi Sykes-Picot del 1916, in cui Francia e Regno Unito, frantumando il mondo arabo, si spartirono Medioriente, rotte, ricchezza energetica, accordi consolidati dopo il 1970 dal petrodollaro a garanzia di un flusso perenne, rinnovati nel 2020 da un Accordo Sykes-Picot 2.0 chiamato “Accordi di Abramo”, giacciono in pezzi. Frantumati dal missile iraniano, da quello di Hezbollah, delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, degli yemeniti. Tutti in nome della Palestina.

E Trump, allentatosi il cappio di storielle Epstein messogli al collo da Netanyahu, dalla promessa della fine della civiltà iraniana, in una notte è passato al “Ma su, dai, fate i buoni, aprite quello Stretto”.

La risposta: “Prima piantatela anche in Libano. Per ora dallo Stretto passano la Palestina e i suoi amici della resistenza libanese, yemenita, irachena. E i paesi che non vi leccano il culo. Siete due eserciti nucleari, i più potenti della regione, fate una guerra dopo l’altra, ammazzate innocenti, preferibilmente bambini, come se non ci fosse un domani…e vorreste passare per lo Stretto?”

Il domani ve lo siete giocato. Se la Palestina è il cuore di tutta questa storia che, dopo 80 anni di genocidio, nella passività di un mondo di merda, batte ancora, vuol dire che i carnefici hanno sbagliato tutto. Hanno sventrato l’Iraq, squartato la Siria, messo la Libia in mano agli Almasri e a Erdogan, bombardato a tappeto lo Yemen, la più antica civiltà vivente della regione, attaccato due volte l’Iran.

Ma lì hanno chiuso.

Un popolo che sa stare al mondo da 3000 anni, votato alla scomparsa da chi s’è confezionato un vestito strappando pagine da un libro di miti e da un altro che ha per guida morale il generale Custer, ha detto. “Mo’ basta!”.

Basta con quel vostro Medioriente concepito per farci i vostri comodi a spese di tutti quelli che ci stanno, promuovendo instabilità, frizioni, fratture, minoranze mercenarie alla curda. Basta con quei quattro onesti cammellieri che si facevano le oasi loro e cui avete messo in testa una corona e ne avete fatto i guardiani dei vostri mandati coloniali e dei relativi pozzi, despoti di popoli inesistenti e schiavisti di carne umana immigrata a perdere.

Pensavano, questi sceicchi rimpannucciati, che i loro petrodollari fossero garantiti dalle basi USA che gli hanno occupato mezzo territorio. Ci penseranno due volte, vedendone le macerie, rovistando tra quanto resta dei loro impianti e pensando a cosa gli succederebbe se l’Iran davvero gli bombardasse i dissalatori: il ritorno ai cammelli. Con gli accordi di Abramo ci si pulirebbero qualcosa.

E a dar retta a una superpotenza e a una che si vorrebbe tale ci ripenseranno i paesi quando vedranno le loro coltivazioni di cibo insterilirsi per essere venuto meno il 70% dei fertilizzanti usati in agricoltura, causa un blocco determinato dai due squilibrati picchiatori in nome di Jahve e di Gesù Cristo. E si diranno: quanto ha ragione la Palestina!

L’Asse della Resistenza, che ha l’ombelico a Tehran, non richiede un trionfo militare decisivo. Richiede resistenza. Nel contesto messo su a forza di miliardi in armi non perdere è già una vittoria strategica. L’auspicato nuovo ordine regionale, passato per i vari Balfour e Sykes-Picot 1, già una volta smantellato dal panarabismo antimperialista e di classe, poi recuperato con il Sykes-Picot 2 degli Accordi di Abramo, le Primavere Arabe, la Fratellanza Musulmana e e guerre e genocidi su e giù tra Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo, non c’è. E’ pure svaporato quel Board of Peace dei quattro mafiosi e palazzinari, con la Meloni che si eccita a fare la guardona.

La traiettoria perseguita a partire dalla guerra al terrorismo imbastita con l’11 settembre, versante Medioriente, si va modificando. Né Israele, né gli USA garantiscono più alcuna sicurezza dei ricchi e violenti. Forse qualche regime arabo dovrà rifare i conti su suoi allineamenti e considerare nuove forme di coesistenza regionale. Se ne avvantaggeranno i BRICS e il ruolo di Russia e Cina. A Riad qualcuno rifletterà: ”Non era niente male quella ripresa dei rapporti d’amicizia con l’Iran che Pechino aveva sollecitato e patrocinato”.

L’opinione pubblica mondiale, che su Gaza si era già espressa in anticipo sugli eventi di oggi, ne terrà conto. Come saprà tener conto del fallimento di questo primo turno di negoziati a Islamabad, con ogni evidenza imposto, ancora una volta, da chi, persa la partita diretta con l’Iran, antagonista strategico, prova a rifarsi una salvaguardia politica e giuridica con il rimedio tattico dello sterminio in Libano.

Con gli Stretti di Hormuz che rimangono sotto il controllo del suo gestore naturale al fine, evidente a tutti, di imporre la fine degli scatenamenti genocidari nella regione, che poi sono all’origine di una crisi che sta travolgendo ogni diritto, ogni equilibrio, ogni garanzia di sicurezza, pace, benessere, vita, dell’umanità intera, gli spazi per i colpi di coda della coppia si vanno restringendo. Ha voglia, Trump, di abbaiare, mentre il suo addestratore gli intima, a forza di ricatti Epstein, “attacca, attacca!”.

Intanto dagli Stretti di Hormuz è la Palestina che passa. E non è solo una metafora.

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martedì 31 marzo 2026

Fulvio Grimaldi --- VENEZUELA tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà

 


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Illusioni, delusioni?

“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)

Sono consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico. Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà, trasformano avvoltoi in innocue farfalle.

Il tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la riuscita del disastro.

Prima di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie millenarie del mistico e dell’irrazionale.

Dialettico, grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia. Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.

Storico vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.

C’ero quando Hugo Chavez, presidente da 3 anni, fu destituito da un golpe messo in atto da militari addestrati nella vecchia Scuola delle Americhe. Era l’11 aprile 2002. Per 48 ore intorno a Miraflores, il loro Quirinale, dove ero andato a filmare lo scontro tra una teppaglia di antichiavisti su un cavalcavia e gente che presidiava il palazzo e invocava il ritorno del Comandante, fischiavano le pallottole. 48 ore durò il golpe. E costò ben 320 morti. Nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”, racconta tutto un sopravvissuto ferito. Poi Chavez fu riportato a casa sulle spalle virtuali di tutto un popolo.

E la rivoluzione bolivariana incrementò vigore e determinazione. Le stesse con le quali seppe, tra popolo e vertice, neutralizzare i ripetuti tentativi di regime change successivi a turni elettorali vinti dal chavismo e, ovviamente, segnati da “brogli”. E seppe ridicolizzare l’altro golpe, quello del 2019 contro Maduro, con una specie di Machado al maschile, Juan Guaidò., subito riconosciuto dalla Casa Bianca e sparito dalla scena dopo una mancata invasione di quattro mercenari dalla Colombia e un appello alla sedizione cui accorsero due plotoni di soldati.

Beato il popolo che genera eroi

La rivoluzione chavista l’ho vissuta fin dai prodromi, quando fu ribadita dalla volontà collettiva di tutto un popolo che, in brevissimo volgere di anni, se non di mesi, aveva realizzato cosa differenziava l’oggi dall’ieri. Una società della libera marcia di tutti da quella dove chi procedeva erano solo i conti bancari di quei quattro grassatori che oggi restano rintanati, rancorosi e ammutoliti, dietro il filo spinato sulle mura che ne proteggono i fortini militarizzati. Non ci volle molto perché quel popolo spazzasse via, prima i golpisti e poi i petrolieri dell’azienda che, da privatizzata e yankee, Chavez aveva consegnato allo Stato e che tentava  la prosecuzione del golpe allestendo in tutto il paese una serrata del combustibile. Niente benzina o nafta per nessuno. Fermare e strangolare la società che si era ribellata.

Durò mesi. Le stazioni di rifornimento, i depositi, furono riaperti a forza dal nuovo esercito bolivariano. Si sopravvisse. E intanto già erano partite le misiones, quelle campagne che articolavano sul terreno una strategia che avrebbe concretizzato la rivoluzione in termini di risposta ai bisogni primari, e anche secondari, ignorati da secoli. Misiones che affrontavano l’analfabetismo, debellato in pochissimi anni, l’istruzione di ogni livello, nuove università, la casa, la terra, la salute, la cultura, la scienza, i giovani, gli indigeni…

Beni, opportunità, certezze sottratte all’oligarchia e consegnate a coloro cui spettavano. Incontrai ed ebbi modo di bloccare Ugo Chavez appena sbarcato al campo d’aviazione di S.Juan de los Morros. Veniva in questo grande Sud agricolo a distribuire le terre dei latifondisti, terratenientes, una delle basi del dominio prima spagnolo e poi degli agrari che, in un paese affamato. producevano per i mercati del nord del mondo. Lo seguii fin sul palco dal quale, a una folla incontenibile per numero ed entusiasmo, Chavez annunciava la nuova vita, la nuova era. Accadde lo stesso per la casa, qualche tempo dopo, in uno dei quartieri alti di Caracas, che sarebbero quelli socialmente bassi, ma stanno appesi tra le crepe della montagna che sovrasta la città, dai tempi delle dittature e dei governi oligarchici relegati fuori dalla vista e dalla comunità dei diritti, Le favelas brasiliane qui si chiamavano barrios.

Tutto era travolgente in Venezuela, andava di corsa, con impeto, mi ricordava le mie piume al vento da bersagliere. Una mobilitazione collettiva incessante, festosa, una questione, domestica, o mondiale, affrontata dopo l’altra. Il Convegno mondiale della Gioventà, quello Antimperialista, quello degli Indios, quello, oggi urgente come non mai, antifascista.

Le rivoluzioni si vincono o si perdono. Se non combatti le hai già perse.

Anche le rivoluzioni invecchiano, perdono slancio, dal passo di corsa con “le piume al vento”, rallentano a marcia ponderata e faticosa. Succede a volte di colpo, seppure per consunzione, vedi quella sovietica, andata a sbattere contro un muro a circa 70 anni d’età. Oppure è un processo graduale, un po’ per volta, da neanche accorgersene più di tanto, spesso indotta da micidiali pietre d’inciampo buttate li dal nemico (sanzioni) e qui il pensiero corre a Cuba. Molti sono i casi, in America Latina, dove un fallo d’ostruzione dell’imperialismo di ritorno ha impedito il gol della vittoria definitiva.

Come classificare la rivoluzione bolivariana del Venezuela tra Chavez, Maduro e i fratelli  Rodriguez, è complicato. Anche perchè pare emergere una discrasia tra popolo, con un’identità di sinistra di classe consolidata nel tempo, e una direzione che, tra interessi di categoria e interessi esterni imposti da condizioni dettate, non pare possa aver difeso un’analoga coerenza.

Nel giro di pochi giorni dal rapimento di Maduro, dopochè Trump aveva definito ottimi i rapporti con la coppia al comando, Delcy Rodriguez e il fratello Jorge, si sono visti a Miraflores tutti i più importanti esponenti dell’establishment imperialista. Per primo venne il direttore della CIA, John Ratcliffe (gestore primo dell’operazione 3 gennaio. E non è stato arrestato…). Per definire nei dettagli la tabella di marcia dei nuovi rapporti tra Caracas e Washington si succedettero poi: Laura Dogu, incaricata degli affari latinoamericani nel Dipartimento di Stato; il capo del Comando Sud USA, generale Francis Donovan; una delegazione della Commissione Affari Esteri del Senato; Doug Burgum, Segretario del Dipartimento degli Interni e presidente del Consiglio Nazionale dell’Energia; Christopher Wright, Segretario per l’Energia; dirigenti del Ministero della Guerra.

La Ley Organica de Hidrocarburos, riformata alla luce delle discussioni avute con questi interlocutori è l’evento più significativo, dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. E’ stata presentata a Caracas come strumento per “risolvere i disaccordi storici e rafforzare la cooperazione energetica in un contesto di sfide globali e creare le basi per nuovi contratti di forniture della PDVSA, la compagna di Stato per il petrolio.

E’ interessante, per capire come si sia andata modificando a Caracas, sotto l’effetto dei vari fattori sopra indicati, esasperati dalle nuove sanzioni del primo Trump, la gestione delle proprie risorse energetiche. E per capire anche se si tratta di una svolta strategica, o di un ripiego tattico, per salvare il salvabile (del paese, o della classe dirigente?) sotto la minaccia della famosa “pistola alla tempia”.

Il petrolio ago della bilancia, con la pistola alla tempia

La nuova legge degli idrocarburi è il frutto di una radicale modifica rispetto a quella del 2001, promulgata da Chavez in attuazione di un principio irrinunciabile sancito dalla Costituzione del 1999, che rappresentò il picco delle nazionalizzazioni venezuelane. Aveva stabilito la proprietà statale esclusiva dei fossili nel sottosuolo, il monopolio della PDVSA nella commercializzazione internazionale, il controllo di maggioranza statale in tutte le società miste, la pianificazione pubblica degli investimenti e la destinazione prioritaria del reddito allo sviluppo sociale.

Nel 2022, tempo di asfissia economica imposta dalla pandemia e dalle sanzioni, il governo promulgò una riforma che modificava 21 articoli della legge del 2001. Formalmente la proprietà di Stato era confermata, ma la si apriva in modo non irrilevante alla partecipazione privata. Le imprese miste poterono operare con maggiore autonomia grazie alla flessibilità permessa al controllo della PDVSA. Vennero autorizzati servizi petroliferi che la legge del 2001 aveva rigorosamente vietati, autorizzati arbitrati internazionali su conflitti con imprese private che violavano la giurisdizione esclusiva venezuelana stabilita da Chavez.

Così, negli anni 2019-2024, Maduro concesse licenze operative alla Chevron e ad altre imprese statunitensi per l’estrazione e la commercializzazione in certe aree, un precedente del controllo privato sulla produzione oggi alle viste. Vennero definite “eccezioni temporanee” per incrementare la produzione e alleviare l’onere delle sanzioni. La nuova riforma di Delcy le ha rese stabili. Soddisfano in tutto e per tutto le esigenze dell’Ordine Esecutivo 14373 di Trump, emanato il 9 gennaio e rappresentano un’erosione grave delle basi economiche, come rese implicite nella trasformazione sociale di Chavez.

A tutto ciò si aggiungono ampie facilitazioni fiscali, vantaggi doganali e l’eliminazione di qualsiasi ostacolo al controllo operativo pubblico. Capovolgendo la situazione precedente, la nuova legge permette a operatori privati stranieri di acquisire diritti di proprietà sulla produzione dal momento dell’estrazione e di commercializzazione diretta senza intermediazione statale. Con tanti saluti alla destinazione prioritaria di queste risorse allo sviluppo sociale. Quello che aveva garantito il successo delle “Misiones” di cui sopra.

Doveroso è rilevare però anche, in apparente contraddizione, che il Ministero del Potere Popolare degli Idrocarburi, con un comunicato ufficiale ha respinto in modo categorico le affermazioni dell’ ”estremismo venezuelano e straniero, secondo cui si sarebbe manifestata l’intenzione di privatizzare l’industria del petrolio, del gas e petrolchimica del paese”. Aggiungendo, tuttavia, che, per rafforzare la produzione, le leggi vigenti avrebbero dato impulso con attori economici privati nazionali e internazionali. Un tira e molla?

Da che parte pende la bilancia? E, comunque, grazie alle condizioni ora stabilite, si è potuto verificare il paradosso che, mentre a Cuba viene impedito di ricevere petrolio venezuelano, dalla nazione bolivariana arrivano, senza il minimo inconveniente, forniture allo Stato sionista.

Non di solo petrolio vince l’imperialismo

 NY, manifestazione per Maduro

Gli scambi sempre più stretti e di largo raggio che si vanno realizzando tra le amministrazioni di Trump e dei Rodriguez, con il presidente del Venezuela trascinato in ceppi davanti a un giudice di New York di cui è sperimentata l’obbedienza al gangster della pirateria del 3 gennaio, vanno al di là dell’estorsione delle risorse energetiche. Rappresentano una sistemazione neocoloniale mimetizzata da normalizzazione economica per riequilibrare i rapporti tra i due paesi. Un neocolonialismo che concede una sovranità formale all’ombra dell’esternalizzazione del controllo operativo. La condizione di chi è subordinato e le cui decisioni critiche dipendono dall’approvazione degli USA.

Nei giorni scorsi Delcy Rodriguer, presidente “ad interim”, ha partecipato alla quarta edizione del convegno “Priorità e iniziative per investimenti futuri”, foro internazionale che riuniva a Miami Beach, regno di Marco Rubio, 1.500 investitori, dirigenti economici e politici, il fior fiore del capitalismo liberista internazionale. Da remoto, per la sessione intitolata “Capitale in movimento”, Delcy ha assicurato che la strategia del suo governo è orientata a “riposizionare il Venezuela come destinazione del capitale internazionale, nel quadro di un contesto generale di riconfigurazione economica e del riequilibrio del sistema finanziario internazionale”. Assicurò che il Venezuela è “in grado di guidare la crescita economica in America Latina, grazie a 19 trimestri consecutivi di espansione promossa da settori strategici come petrolio, miniera, costruzione e finanza”. Ricordò anche che il paese offre vantaggi strutturali per attirare investimenti (le già menzionate agevolazioni fiscali), come l’appena approvata Legge Organica degli Idrocarburi e i suoi “flessibili” meccanismi di investimento.

 

Ricordate l’immagine commovente dell’abbraccio tra Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, il grande presidente che più di tutti, in Iran, ha saputo salvaguardare il ruolo di avanguardia antimperialista, di riscatto sociale, laicità e di motore internazionalista della Repubblica islamica? Un asse che trascendeva identità religiose, ideologiche, culturali, per un comune schieramento antimperialista che già prefigurava i BRICS.

Dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio, a Caracas ci furono lunghi attimi di silenzio. Nell’aria, mentre mobilitazioni popolari si dichiaravano solidali con Tehran, aleggiava l’abbandono di quella splendida alleanza creata da due rivoluzionari, Chavez e Ahmadinejad. Poi, il 1 marzo, ecco il bilanciatissimo comunicato del governo che metteva sullo stesso piano l’aggressione imperialista, con già il costo delle 180 bambine trucidate nella scuola di Minab, e la risposta del paese attaccato. Il più classico e penoso caso di né né. A Tehran si attribuì - cito, per non farci dimenticare parola per parola – “le ingiustificate e condannabili rappresaglie militari iraniane contro obiettivi collocati in diversi paesi della regione”. Che poi sono le basi militari USA nelle petrodittature del Golfo dalle quali sono partiti gli attacchi all’Iran, compreso lo sterminio di civili.

Il cerchio si chiude

Delcy Rodriguez riceve a Carcas il direttore della CIA John Ratcliffe. Si suol dire, nei manuali, che una rivoluzione viene tradita quando i ceti dirigenti, borghesi, preservano la propria esistenza di classe, le proprie posizioni di privilegio, grazie alla subordinazione all’imperialismo. Ciò che abbiamo visto nelle piazze del Venezuela in questi mesi non sembra dimostrare un’identificazione tra popolo e direzione. Da un lato ininterrotta resistenza e disponibilità alla lotta, dall’altro negoziati per garantirsi la sopravvivenza col nemico.

Le analisi e valutazioni divergono sugli sviluppi che stanno prendendo i rapporti tra Venezuela e USA e sulla coerenza tra quanto oggi si persegue a Miraflores e quanto resta del legato di Chavez. Un’eredità mantenuta, anche se tra difficoltà economiche crescenti (le sanzioni) e minore coesione tra vertici e base, nell’era Maduro.

Molti comprensibilmente, anche perchè hanno fatto coincidere gran parte della propria vita e attività con la rivoluzione bolivariana, avanzano spiegazioni: “Pistola alla tempia”, “pragmatismo”, “realismo”, “tattica”, “salvare il salvabile”? Il risultato sul campo, però, è sempre quello: dal pubblico al privato, dal primato della sovranità a connubi spuri con interessi predatori, dipendenza strutturale e blocco del progetto emancipatorio finalizzato a indipendenza e sovranità.

Al momento l’allineamento delle iniziative adottate da Miraflores con i desiderata espressi dalla metropoli imperiale pare procedere senza grandi scossoni. Andrebbe verificato se nella popolazione si stia insinuando il dubbio che l’assicurazione dei vertici sulla continuità rivoluzionaria, a proposito della quale Trump fa buon viso a buon gioco, possa servire a occultare un cambio di rotta. Addirittura un’inversione a U rispetto a tutto ciò per cui un popolo ha lottato e, in tempi più vicini, sofferto, per impedirla. Qualche riflessione ci viene offerta dal mitico quartiere proletario del barrio “23 de Enero”, vero termometro degli umori della gente. Ne parliamo dopo.

Sorvoliamo su quanto descritto dal britannico Guardian, organo ambiguo di una sinistra che merita lo stesso aggettivo, su presunti contatti, nei mesi precedenti all’aggressione, tra membri dell’establishment e l’amministrazione USA. Colloqui nei quali si sarebbe trattata l’uscita di scena del presidente Maduro e un ritorno alla gestione delle risorse venezuelane nei termini “amichevoli” del pre-Chavez. L’operazione “Absolute resolve” del 3 gennaio sarebbe stata decisa dopo che Maduro, con quei 50 milioni di taglia trumpiana sulla testa, aveva rifiutato di cedere alla pressione di Trump.

Da quei contatti telefonici sarebbe uscita una soluzione che avrebbe determinato l’accettazione da parte del nuovo vertice venezuelano di una ”compartecipazione” USA e di imprese private al controllo (estrazione, produzione, commercializzazione) del petrolio, con relativa nuova configurazione anche della posizione geopolitica del Venezuela in materia di rapporti tra Washington e il resto del mondo, non solo latinoamericano. Le dichiarazioni di Caracas sul conflitto con l’Iran ne hanno dato prova. Quanto alla propria sovranità economica, attendiamo di vedere come questa si manifesta alla luce della nuova legge sugli idrocarburi.

L’esperienza, oltre ai “testi sacri”, ci conferma che quando uno strato dirigente negozia la propria sopravvivenza corporativa con il nemico, rischia di trasformarsi in borghesia compradora. Non è detto che questa mutazione debba essere esplicita, sicuramente sarà cosciente. Si possono trovare tanti termini per dare al processo una veste di necessità imprescindibile, ma il risultato sarà sempre quello: la dipendenza strutturale e la sospensione di un vero progetto di emancipazione che risulti in autentica indipendenza sovrana.

Ciò che la persistente mobilitazione popolare sembra dimostrare è che la lotta di classe continua durante gli alti e bassi del processo rivoluzionario e che la contraddizione principale, oltre a essere tra il popolo e il colonialismo imperialista, può anche essere tra il popolo e la sua direzione politica quando questa, pur avvolta nella retorica della continuità bolivariana, con i fatti dimostra di preferire la sopravvivenza allo scontro che potrebbe determinarne la fine.

A questo proposito, mantenendoci nell’ambito dei due materialismi citati nel titolo, va valutato fino a che punto nel corso del processo rivoluzionario si sia potuta formare una borghesia burocratica che ha acquisito reti di potere autonomo. Della sua presenza si è avuta la percezione da molti anni a Cuba e ciò non è stato tra le ragioni minori per l’implosione dell’URSS.

Ci si trova imprigionati tra le certezze di chi assicura che il Venezuela è sempre quello e i sospetti che i cambiamenti al vertice dello Stato venezuelano possano essere stati progettati e poi definiti d’intesa con Washington, con licenza di preservare le formule e la simbolistica del chavismo. Ma si è costretti a constatare che quanto va verificandosi in tema di autodeterminazione è accompagnato dalla rottura delle alleanze storiche con l’Iran, condannato per aver risposto all’aggressione, e Cuba, verso la quale non è partita neanche un’imbarcazione di aiuti, come minimo ci si deve rassegnare al principio di Bertold Brecht: “Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio”.

 

 

 

 

Poder Popular e senza dubbi

Tra le frasi famose di Bertold Brecht, a quella in apertura ne aggiungo un’altra: “Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso”. Ci sono coloro, in Venezuela, che di questa verità hanno fatto la loro anima. Visitiamo il “23 de Enero”, quartiere proletario e incorrottamente rivoluzionario di Caracas, che guarda la città dall’alto. E’ di quelli bombardati da Trump la notte del 3 gennaio. Barrio con 13mila abitanti, un tempo emarginato sulle alture sopra la Caracas dei ricchi ed escludenti, che si è voluto dare quel nome a ricordo della data del 1958 quando il dittatore Marco Pérez Jimenez venne rovesciato. Fu in prima fila nella rivolta popolare che fece fallire i successivi tentativi USA di regime change, o di golpe, come quelli del 2002 e del 2019.

Guadalupe, giovane militante della Coordinadora Simon Bolivar, la Comune che amministra il quartiere, ci parla del loro successo nell’alfabetizzazione, passata dal 22% al 98% e di come spirito, coesione e coscienza di quella collettività siano stati modificati nella partecipazione al processo decisionale che la riguarda.

Juan Contreras, da 27 anni portavoce della Coordinadora, ci illustra il lavoro politico, sociale, culturale, di addestramento militare, a promozione e in difesa del Poder Popular. Visitiamo il “Nucleo di Sviluppo Endogeno” diretto da un operaio fattosi docente, Vilfredo Roche, con la sua fabbrica di calzature e le sue “Clinicas populares”. Tutto nel segno di un potere decisionale diffuso, di una “democrazia partecipativa”, parola d’ordine di Chavez.

Sulla questione della sovranità, Contreras commenta: “La negoziazione è con le imprese petrolifere nordamericane e dell’Occidente, ma non si dovrebbero avere rapporti con l’Iran, la Russia, la Cina e neanche una goccia di petrolio deve arrivare a Cuba. Capisco che, in una condizione di guerra, le trattative debbano essere fatte, ma non a queste condizioni. La mobilitazione delle masse è da vedere in questo contesto. Chi è marciato contro gli USA? I settori popolari, il popolo venezuelano. Non si è vista una sola manifestazione dell’opposizione. Sono ottimista, avendo un popolo munito di coscienza che si mobilita giorno dopo giorno, che si organizza per affrontare la situazione e ottenere la liberazione del presidente Maduro. Sovranità e dignità sono la bandiera oggi più che mai necessaria per affrontare la crisi”.

 

Desde las trinchereas de lucha de 23 de Enero, bastion historico de la resistencia popular, la Coordinadora Simon Bolivar alza la su voz de fuego y dignidad para denunciar ante la conciencia universal…”

Nel giorno in cui Maduro si è dovuto presentare alla seconda udienza davanti al giudice di New York, la Coordinadora Bolivariana ha diffuso un documento indirizzato al popolo del Venezuela e alle forze rivoluzionarie e internazionaliste del mondo. Vi si esprime una durissima condanna dell’intervento imperialista e la richiesta di restituzione di Maduro e moglie, con forza decisamente superiore a quella espressa nelle esternazioni della nuova presidenza. Ne sintetizzo alcuni passaggi.

“Il presidente Maduro non viene processato in base a un atto giudiziario, ma a seguito di un vile atto di guerra, a un assalto all’autodeterminazione dei popoli che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il presidente Maduro è un prigioniero di guerra, un ostaggio del capitale internazionale e di una élite bianca suprematista che non accetta che una nazione abbia deciso di essere padrona del suo destino…. La farsa di New York, intesa a giustificare l’invasione, i bombardamenti e l’assassinio di 100 compatrioti venezuelani e di 32 fratelli cubani, ci presenta un tribunale coloniale dell’inquisizione con questi obiettivi: distruzione della rivoluzione bolivariana, saccheggio illimitato delle nostre risorse, restauro della Dottrina Monroe per ridurre la nostra patria a cortile degli USA.”

Con riferimento alla nuova Ley organica de hidrocarburos, il documento è esplicito: “Rifiutiamo che il reddito della vendita del nostro greggio venga confiscato per finanziare la macchina di guerra che oggi aggredisce i popoli liberi. Fedeli al legato del Libertador e del comandante Hugo Chavez, affermiamo che il Venezuela è sovrano e non riconosce potenze straniere, tantomeno le loro rapine a mano armata.”

“Basta con i ricatti coloniali! Libertà immediata per Nicolàs Maduro e Cilia Flores! Fuori gli artigli dell’impero dalla terra di Bolivar e Chavez. Quando la tirannia si fa legge, la ribellione è il diritto. Coordinadora Simon Boilivar, 25 marzo 2026, Caracas”.

C’è solo un modo per chiudere questo pezzo: Viva la Coordinadora Simon Bolivar!