giovedì 17 maggio 2012

Mirate alla pancia, annientate il cervello

 Una società la maggioranza dei cui membri spende una gran parte del suo tempo, non sul posto, non qui e ora e nel suo futuro prevedibile, ma altrove, nei mondi irrilevanti dello sport e delle fiction, della mitologia e della fantasy, troverà duro resistere all’accerchiamento di coloro che intendono manipolarla e controllarla. (Aldous Huxley)


Il modo più sicuro per corrompere un giovane e di istruirlo a riservare la massima stima a quelli che la pensano allo stesso modo, piuttosto che a coloro che la pensano differentemente. (Friedrich Nitzsche) 


Non dovrebbe sorprendere che quando i ricchi prendono il controllo del governo, essi emanino leggi che li favoriscano. La sorpresa vera è che quelli che non sono ricchi votino per questa gente, anche se la loro amara esperienza dovrebbe insegnargli che i ricchi continueranno a derubare tutti noi. (Andrew Greeley, giornalista)


Il sistema della propaganda permette alla dirigenza Usa di commettere crimini illimitati e senza il sospetto di reato o misfatto. IN effetti, grandi criminali di guerra come Henry Kissinger appaiono regolarmente in tv a commentare i crimini dei macellai loro eredi. (Edward S. Herman, politologo ed economista)


 LA PIOVRA E I SUOI TENTACOLI.
  Il logo delle Olimpiadi di Londra ricomposto. C’è da rabbrividire. E poi ci danno del complottista, dietrologo, teorico della cospirazione… 


Siria trincea del mondo 


La cosa più seria nell’attuale panorama è il fronte anti-terrorismo e anti-brigantaggio con, insieme alla Grecia e agli indignati di mezzo mondo, la resistenza davvero eroica del popolo siriano e della sua dirigenza. 


- Sconfitti sul piano politico dall’evidenza ormai solare di una cospirazione antisiriana affidata a ciurmaglie di invasati sanguinari e a mercenari delle brigate islamiste Nato voraci di soldo; 
- nell’imbarazzo diplomatico totale di fronte ai lacché dell’opposizione sempre più inaffidabili, tra i quali lo smarrimento per la bancarotta militare, i diversi allineamenti a sponsor internazionali (Qatar, Francia, Usa…), la fregola per un bottino sempre più evanescente, producono continue frantumazioni; 
- denudati dal sequestro da parte delle autorità libanesi di diverse navi-container zeppe di fucili, mitragliatrici, cannoni, mortai, lanciarazzi, attrezzature elettroniche per i “ribelli”, tra cui mercantili libici e italiani; 
- fulminati dal paradosso di dichiarare guerra al terrorismo islamico e di nutrire al tempo stesso una propria fanteria Al Qaida che imperversa tra i civili siriani con stragi terroristiche che fanno impallidire l’11 settembre e successive operazioni Cia-Mossad; 
 - con neanche i più embedded dei media che riescono a far passare per demenza suicida di Assad il macello di vitali organismi di sicurezza e della propria popolazione per mano di alqaidisti guidati da teste di cuoio occidentali, in gran numero catturati dai patrioti siriani (nel verminaio dei sudditi mediatici dell’emiro del Qatar, a farneticare di “Assad che uccide il proprio popolo”, sono rimasti solo Uruknet e pochi altri); 
 - visto il successo di Assad nelle pluralistiche e internazionalmente controllate elezioni parlamentari, successive al referendum che col 89% approvava una costituzione democratica come se la sognano non solo nelle tirannie del Golfo, ma nella maggioranza dei paesi Nato;  quella Banda della Magliana all’ennesima potenza che è l’associazione a delinquere Nato-Israele-dittatori del Golfo, a dispetto delle minacce di intervento alla libica dei fantocci della cupola finanziar-militare, compreso il presunto taumaturgo delle sinistre ottusamente collaborazioniste, Hollande, si trova oggi nella confusione e nell’impasse. Merito sicuramente della fermezza di Russia, Cina e America Latina nell’opporsi al cannibalismo imperialista, del rifiuto di assecondarlo dei BRICS, e di un’opinione pubblica mondiale sempre meno permeabile alle armi di distrazione di massa della macchina bellica euro-israelo-atlantica. Ma merito primario dell’unità tra popolo siriano e sua leadership nel coraggio e nella resistenza. Un’unità che costituisce oggi la prima trincea dell’umanità contro l’avanzata dei licantropi. 


“Quello che (non) ho” e mi guardo bene dall’avere 
A proposito di armi di distrazione di massa, non poteva non accorrere alla chiamata a quelle armi la provetta coppia dalla lacrima tossica Fazio-Saviano? Ed è accorsa dotata del migliore armamentario necessario alla distruzione della razionalità con cui l’essere umano provvede alla difesa della sua autonomia di giudizio. Ho visto su La 7 la megakermesse dell’emozione lacrimoso-buonista “Quello che (non) ho”, il parossismo del politicamente corretto, una parata patetico-melò nella quale hanno affogato anche alcune delle personalità più rispettabili, per quanto nell’occasione a loro dispetto strumentalizzate, vedi Scola, Olmi, Elio Germano, Raffaele La Capria, il solipsista Guccini, vedi la partigiana, vedi il maestro di strada Cesare Moreno, mio compagno nella lontana Lotta Continua, messi lì per arruffianarsi e intorpidire la sinistra. Hanno addirittura commesso il sacrilegio di inserire nelle loro turpitudini l’immagine e la parola di Pasolini. Il pubblico, rasserenato dallo sghignazzo per il buffone di corte Littizzetto che elegantemente chiedeva a Fassino se non gradiva farsi Carla Bruni, subiva l’annichilimento di ogni ragione critica nelle suggestioni revival di Elisa, nelle storie di bambini napoletani sputazzoni e sputacchiati, nelle melensaggini bibliche – o quanto praticate! – sull’amore per il prossimo, nell’edificante evoluzione di Rocco Papaleo dal sasso lanciato in faccia al nemico, al sasso riscattato al “costruire”. 


Miravano alla pancia e prendevano alle spalle. Con gli spettatori presi per il culo da tutta questa fuffa di sciropposa emotività, nemica, sì, del freddo raziocinio, ma molto amica di un compassionevole autocompiacimento, la traiettoria delle salve autentiche del duo di vivandiere dell’armata dei diritti umani con il pugnale tra i denti partivano dalla pancia (e, nel caso della coprologa Littizzetto, dal basso ventre) e agevolmente arrivavano a colpire cervelli ormai disarmati. Prima, a spazzare il campo da ogni resistenza, le mine anti-comuniste piazzate dagli artificieri della democrazia, Lerner e Gramellini, con il recupero all’etica dell'anticomunismo di Solidarnosc, i prezzolati terminali polacchi di Vaticano e Usa. A dissodare il terreno provvedevano due accorate fanciulle che, rispettivamente, dovevano satanizzare lo Stato canaglia Iran ed esaltare una rivoluzione dei gelsomini tunisina di cui si trascurava la fine tra le fauci dei Fratelli Musulmani, che si sa quanto sono promotori della dignità e felicità delle donne. Indi, messosi sulle vergogne la foglia di fico del fervorino antimafia, arrampicatosi sulla croce della sua periclante vita sotto scorta, Saviano, a prima vista vampiro a corto di sangue, assumeva il ruolo del cannoniere di sfondamento. Riesumando i cadaveri putrefatti della disinformazione imperiale, eseguiva alla perfezione gli ordini dei mandanti dell’operazione. 


Una breve, micidiale, per quanto ormai antistorica bordata contro la Libia, con i ratti Nato-Al Qaida messi sullo stesso piano dei laici rivoluzionari antimperialisti e anti-tirannici delle primavere arabe autentiche, questi ultimi felicemente liquidati da savianei Nato-islamisti in Bahrein, Egitto, Yemen. Consapevole delle benefiche ricadute tra i politically correct, delle primavere, esaltava il ruolo delle donne (che in Libia erano invisibili tra i “ribelli”, se non stuprate e sgozzate, mentre erano in prima fila nella resistenza patriottica). Poi la stoccata strategica contro il nemico assoluto, la Russia di Putin (in sintonia a destra con il terminator Obama e, a “sinistra”, con il rivoluzionario colorato e slavofobo del “manifesto”, Astrit Dakli), rilanciando l’infame falsificazione mediatica della tragedia di Beslan, Ossezia del Nord, 1/9/2004. Sguazzando tra i bambini falcidiati in quella scuola dai terroristi Nato-ceceni, scaricava la responsabilità del massacro sui russi, intervenuti per porre fine al massacro. Avreste dovuto godervi le lacrime di Fabio Fazio al termine della “testimonianza” di una povera complice della fetecchia. Se immaginavo che mai ci avrebbe potuto essere qualcosa di più oscenamente ipocrita del finto pianto della Fornero, mi sbagliavo. 




Per ottundere la visione degli orrori in corso ad opera dei suoi mandanti tra Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Messico, Honduras, e di quelli strutturali degli alleati qatarioti, bahreiniti, sauditi, turchi, Usa, contro la propria popolazione, e per lubrificare i futuri lanciamissili contro Stati e popoli non normalizzati, l’uomo di Casal di Principe riesumava veline Cia-Mossad intrise del sangue della verità. La magnifica serata ha evidenziato il suo significato di presa per il culo dei narcotizzati dalla commozione, con un omaggio diretto alla Nato e ai suoi eroi: un certo ufficiale di marina in sfolgorante uniforme rievocava come, con la sua corvetta, avesse salvato bambini e donne alla deriva sul barcone al largo di Lampedusa. Gloria e onore alla nostra marina che in un solo anno ha salvato ben 32mila migranti dall’atroce fine in fondo al mare. Stupefatti, muti come pesci e bianchi come merluzzi, da quel fondo del mare seguivano la trasmissione decine di migliaia di non salvati dal nostro eroico capitano di corvetta. E neanche dalla corvetta Sibilla quando speronò la Kater i Rades per mandare sott’acqua 81 albanesi. E neanche dalle tante navi da guerra italiane che, per la Nato, guardavano e cannoneggiavano i libici e se ne fottevano altamente dei fuggiaschi da quelle granate mentre annegavano lì intorno. Effetti collaterali che non turbavano i buoni sentimenti, né degli artefici di questo Kolossal imperiale, né dei loro consapevoli o inconsapevoli complici, né di un pubblico che se ne tornava a casa in brodo di giuggiole per aver fatto e visto una cosa buona. 




Per la terza puntata, l’uomo dagli occhi da morto vivente si era riservato il bersaglio grosso. Personaggio nerissimo,con le radici sprofondate nell’estrema destra, lettore appassionato di Julius Evola, sostenitore dello Stato criminale per eccellenza, Israele, non poteva non dare il suo contributo a quello a cui gli psicopatici nichilisti dell’armageddon biblico puntano come alla “battaglia finale”. Tutta la parata di stelle della più dignitosa intellettualità italiana, il panteon dei martiri di mafia e industria, le tempeste emotive suscitate dai vari “casi umani” (tipo “l’ansia della mamma con il figlio in missione di pace”, cioè professionista del killeraggio colonialista), le ruffianerie musicali collegate agli anni in cui “eravamo giovani e belli”, costituivano i preliminari in vista della penetrazione. Non servivano ad altro che a montare attenzioni, ascolti e consensi verso l’obiettivo vero di tutta l’operazione: la Cina. In un copione che poteva essere scritto a molte mani da Cia, Mossad, Amnesty, Human Rights Watch, Avaaz e Hillary Clinton, cioè dalla créme de la créme della sodomizzazione planetaria, ma che portava la firma dell’immancabile dissidente, Saviano incartava un pubblico ormai spogliato di ogni resistenza razionale. Non aveva mai messo il becco in Cina, Stato quanto mai discutibile nel suo paradossale capital-comunismo, ma incomparabilmente meno efferato rispetto a Stati divoratori e desertificatori di paesi e popoli, quali quelli a cui questo pifferaio del male assoluto presta i suoi servigi. Né sapeva citare alcunché di analisti seri e obiettivi. Gliene bastava la conoscenza, in tutti i suoi orrori, fornitagli dal dissidente Liu Xiao, uno che nei Laogai cinesi, campi di lavoro per detenuti, ma campi di sterminio per Saviano, aveva speso alcuni anni. 0


Saviano combina il piglio del fustigatore morale con quello del giustiziere. E il pubblico, inconsapevole del waterboarding psicoemotivo cui è sottoposto, applaude a ogni passaggio, sentendosi spostato sempre più dalla parte del bene assoluto: processi farsa, lavaggio del cervello, torture, confessioni estorte, fame, prigionieri ischeletriti. “Pare”, dice Fazio, dai 3 ai 5 milioni attualmente nei Laogai, 40 dai tempi di Mao, mica qualche ladro, rapinatore, omicida, corrotto, spia, macchè, tutta gente che si limitava a “pensarla diversamente”. Su un tavolino erano sparsi alcuni dei prodotti cinesi che invadono i nostri mercati, belli o brutti, ma anche loro travolti dall’esecrazione savianea, giacchè “del regime comunista” e, dunque, ontologicamente nefasti. Oltreché perniciosi per il monopolio mercataro delle multinazionali. Avesse un briciolo di onestà, questa sordida invettiva anticinese su cose che in Occidente si fanno meglio e su più vasta scala, avrebbe potuto prendersela con i portachiavi cinesi con, in un sacchetto, tartarughine vive. Vive per un mese, per poi morire soffocate. Ma ci pensate quanto gliene fotte al sicario e ai suoi mandanti? Mica si tratta di “diritti umani”. 




A Saviano, al confronto con la cui indignazione contro i “regimi comunisti” (tutti, non risparmia neppure Ungheria, Bulgaria, Romania, buonanime e cita, en passant, gli irrinunciabili Castro e Chavez), quella del popolo di Occupy, della Puerta del Sol, o delle moglie dei suicidati da Monti-Fornero, risulta una banale irritazione, succede, piagnucoloso quanto serve, il dissidente Liu Xiao, appropriatamente Premio Nobel. Proprio come Kissinger, Begin e Obama. Ha fatto qualche anno di Laogai, accusato di corruzione. Liberato, in quale paese immaginate che si sia precipitato? In quello di tutte le libertà, santuario dell’habeas corpus, esportatore di diritti umani, equo ridistributore di ricchezze. Direttamente a Washington: “Sono stato fortunato, finalmente la libertà mi sorrideva”. Dagli Usa, alcuni anni dopo, premiato con cittadinanza statunitense, omaggiato dal Senato a maggioranza repubblicano-bellicista, assoldato e addestrato dalle centrali di spionaggio e destabilizzazione (quelle delle “rivoluzioni colorate”), veniva rispedito in Cina. Si dotò dell’immancabile copertura con una Fondazione Liu Xiao, fu quasi subito scoperto da chi ben conosceva i suoi polli, arrestato e, visto che gli Usa gli avevano fornito lo scudo della cittadinanza, rispedito a casa sua. 


di Enzo Apicella


Tanto erano abbagliati dal sorriso della libertà, i due frombolieri dei diritti umani, che, rientrando, non si avvedevano, dai lati della strada da Pechino a Langley in Virginia, di qualche milione di torturati e sterminati che li salutavano dalle lande desertificate di Afghanistan, Iraq, Palestina, Libia, Somalia, Serbia e oltre.  


Spasso nero 
Avrei voluto esprimere un po’ di spasso nero – Galgenhumor – sulle elezioni in giro per l’Europa, ma abuserei di tempo e pazienza dei miei gentili interlocutori. Ecco allora solo qualche ghigno veloce..    


Le illusioni muoiono all’alba 


...su: Rossanda e Parlato, vetusti ronzini da carrozza Belle Epoque, che s’inebriano della vittoria di Hollande in Francia: una svolta per l’Europa, il rigor mortis della cupola che si volge in crescita, la Merkel annichilita dal nuovo vento socialista che spira tra Parigi e Berlino, il fiscal compact che verrà trasformato in scala mobile, quasi quasi un solicello dell’avvenire che torna a riflettersi nella Senna e nel Reno. Sembra risentire il frenetico battimani per la catarsi Zapatero. Ricorda “l’ira funesta delle cagnette” a cui Boccadirosa aveva sottratto l’osso. 


di Enzo Apicella 


Qui elettoralmente di buono c’è soltanto la sconfitta in Grecia, a forza della felice combinazione molotov-voti, dei vampiri BCE e FMI e dei loro burattini locali che, non fosse per l’ottuso settarismo solipsista degli stalinisti del KKE, potrebbero venezuelizzare, o, quanto meno, islandizzare, un pezzo d’Europa rimasto in piedi. 
Damasco


E di altrettanto buono c’è la risposta elettorale pro-Assad e delle sue riforme data dalla maggioranza dei siriani, pudicamente occultata dai media, alle fole dei pifferai che ci avevano presentato come rivoluzione democratica l’assalto alla Siria laica e sovrana di un orrendo coacervo di assassini di massa. Il ghigno diventa smorfia di disgusto a vedere la misura di sottomissione all’esistente e di oblio del passato di tutta questa compagnia di giro che si accuccia all’ombra del primo chiacchierone chiamato da Goldman Sachs, Bilderberg, Trilateral, mafiomassoneria, a cambiare, obamanianamente, le loro lenzuola sporche con quelle appena ritirate dallo stipetto socialdemocratico. Hollande resta nella Nato, nel neoliberismo, nell’Europa ed è prontissimo a mantenere il ruolo di mosca cocchiera nella carneficina della Siria. Avete presente Orwell della Fattoria degli animali? Ricordate il maiale Napoleone che s’impadronisce della rivoluzione realizzata da tutte le bestie e si fa gattopardo della restaurazione? Possibile che il Termidoro non finisca mai? 




 La bella faccia di David Rockefeller, patron delle bande Trilateral e Bilderberg e degli accoliti italioti Bonino, Caracciolo, De Bortoli, Draghi, Fresco, Martelli, La Malfa, Monti, Padoa Schioppa, Passera, Prodi, Riotta, Romano, Rossella, Scaroni, Silvestri, Spinelli (Barbara), Tremonti, Tronchetti Provera, Veltroni, Visco, tra altri scampaforca 


Su: tutti coloro, da Vendola a Bersani al “manifesto”, che, a proposito di Grillo, del suo strepitoso sfondamento elettorale, basato su contenuti, altrochè, dalla repressione fascista allo sterminio sociale e alla devastazione ambientale, fatta l’ovvia tara sulle sue cadute politico-culturali che, comunque, sono niente rispetto ai tonfi dei suoi critici, blaterano di demagogia (pensate, perfino il primatista Guinness di tale arte, il golpista Napolitano), antipolitica, populismo. Uniti nel livore dell’ impotente rispetto a uno che tromba alla grande, questo concorso di malapolitica e politica incartapecorita inveisce contro chi s’è beccato, oltre ai loro, i voti degli incazzati rinsaviti del PDL e della Lega. Li avessero saputo prendere loro! La volpe e l’uva. 


Su: la stessa compagnia di giro a 360 gradi che riscopre il terrorismo, gli anni di piombo, la necessità di eserciti castigamatti e leggi d’emergenza, allorchè, una combinazione di mentecatti e di provocatori Gladio si mette a sparare, incendiare, spedire lettere minatorie, sbraitare nei tribunali, spedire rivendicazioni che puzzano di falso da qui a Piazza Fontana e alle Torri Gemelle. Il tutto quando i golpisti, cambiati i cingoli allo sgangherato panzer berlusconiano, si accorgono che, per portare a buon fine lo spianamento del “giardino d’Europa”, tocca riesumare la strategia della tensione e moltiplicare le mazzate quotidiane alle masse su modello obamiano: militarizzazione armata e legislativa, campi d’internamento su sospetto, sorveglianza totale, anche con droni, pestaggi e ammazzamenti in carcere e per strada, criminalizzazione di ogni dissenso, potenziamento senza limiti dell’industria sicuritaria. Terrorismo di Stato dentro e fuori dai confini. E qui a ghignare sono loro. A noi non resta che piangere. Insieme a Marco Revelli, guru del Nuovo Soggetto Politico che all’eversivo Grillo risponde: “Il conflitto ha bisogno di mitezza”. Amen.

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martedì 8 maggio 2012

ZENAB E GLI ALTRI

Zenab Samuni 


Forse qualcuno dei miei interlocutori si aspettava un’impressione a caldo sulla tornata europea di elezioni. Preferisco lasciare passare l’uragano di fesserie che ingombrano questi giorni, ma, intanto, gioisco con i greci, i più bravi di tutti (alla faccia dei giurassici e settari separatisti del KKE), come del resto dimostrano, umiliandoci, da due anni. Oggi, per me, c’è un’altra priorità. 


Era fine febbraio, da poco Gaza era stata sciolta nel Piombo fuso. Eravamo tra i primi a infrangere la barriera che il rinnegato Mubaraq aveva concordato con Israele al valico di Rafah. Poco mancava che le macerie ancora fumassero, che i 1.400 morti ammazzati palestinesi fossero ancora caldi, che feriti e mutilati sanguinassero ancora. Intanto, la mattanza, a bassa intensità di tempi, continuava. Quotidiane incursioni di bombardieri, assassinii mirati di droni, falcidie di pescatori di Gaza alla ricerca di nutrimento per i morti di fame nello stagno di mare che Israele gli aveva lasciato, esecuzioni di contadini che si azzardavano a voler cavare qualche cetriolo dai loro campi, troppo vicini all’occupante del resto della Palestina. E da Gaza è stata strappata anche la voce italiana di quel popolo che insiste a non farsi estinguere, Vittorio Arrigoni, con cui camminavamo sui moli frantumati del porto di Gaza dai quali lui s’imbarcava per proteggere dalla ferocia dei necrofori i pescatori. Nessuno mi toglie dalla mente che Vittorio sia stato ucciso dal Mossad, probabilmente utilizzando dei decebrati fanatici islamisti che a Vittorio rimproveravano una vita “troppo all’occidentale”. Per onestà politica devo anche dire che la nostra amicizia s’incrinò quando il vindice della vita, delle sofferenze e dei diritti dei palestinesi, non comprese che quanto veniva fatto alla Libia era un capitolo della stessa storia genocida inflitta agli arabi liberi, di cui erano vittime i suoi fratelli di Gaza. 
Tzipi Livni, la killer d i Gaza, con l’emiro del Qatar 


Sono passati tre anni da allora. Gaza è tuttora l’Auschwitz dei nazisionisti. Si continua a essere uccisi, dai soliti carnefici che utilizzano missili e blocco di generi di prima necessità. Intere famiglie palestinesi vivono ancora tra le macerie in cui le avevo intervistate. Hamas, ultima fiammella di resistenza, insieme all’ANP di Abu Mazen e cricca rinnegata, è passato agli ordini e ai denari dell’emiro del Qatar, punta di lancia di Israele, Nato e petrodittature del Golfo nell’assalto a paesi arabi liberi e degni. La bambina Zenab, della famiglia Samuni, oggi ha 16 anni. Piombo Fuso le ha sterminato 29 famigliari. Su di lei, come sui detenuti palestinesi in sciopero della fame da mesi, 1.600 o 2.000, a seconda delle fonti, alcuni al 70esimo giorno e all’orlo della morte, grava la responsabilità e l’orgoglio di una Palestina che non si arrende. E di cui ovviamente non si deve parlare. 


 Lo spazio “Palestina” è adeguatamente coperto dalla centesima offerta di dialogo dello sguattero Abu Mazen a chi sventra con l’ennesimo insediamento quanto resta del 12% di sbrindellato territorio “palestinese”. Abu Mazen fa bene il suo lavoro, sia di sguattero, sia di scagnozzo dei predatori. Pupillo di Yasser Arafat, che invano aveva tentato di salvare la pelle vendendo al nemico prima Maruan Barghuti, leader di Fatah e dell’Intifada e poi Ahmed Saadat, segretario generale del FPLP, con i suoi pretoriani addestrati dagli Usa in Giordania collabora al soffocamento di ogni brace di resistenza al genocidio a bassa intensità da 60 anni portato avanti dalla teocrazia razzista degli antisemiti ebraici. A dimostrazione che la democrazia marca Golfo, alla quale si sono affidate le organizzazioni palestinesi già “di Resistenza”, è un modello assai più redditizio dell’antiquata formula di una Palestina libera e democratica, come quel popolo l’aveva voluta negli anni dei fedayin e delle Intifade, ora si procede alla normalizzazione della stampa. Nelle ultime settimane l’Autorità Palestinese ha arrestato decine di giornalisti e attivisti telematici per aver criticato la progressiva soppressione della libertà di stampa e di opinione operata da quell’autorità e da un presidente da oltre un anno decaduto dalla sua carica e quindi abusivo. Blogger, cronisti, commentatori di giornali e radio, vignettisti, vengono incarcerati e, se va bene, liberati su cauzione ”per aver creato divisioni e minato l’unità del popolo”. Basta un rilievo su un Abu Mazen non proprio integerrimo governante e patriota, o un cartone sull’incommensurabile corruzione che caratterizza questo, come tutti i fantocci del potere mondialista, per finire dietro le sbarre. A tutti tocca un processo della “libera e indipendente” magistratura dell’ANP, in carcere se il detenuto non arriva alla cauzione di 4.200 dollari, stratosferica per chiunque non appartenga alla cricca di grassatori attorno a Abu Mazen. Il processo avviene sulla base del codice penale giordano del 1960, improntato al dominio feudale degli sceicchi sul volgo. 


Mustapha Barghuti 


Ovviamente nulla l’ANP ha da rilevare sullo sciopero della fame che sta riducendo la popolazione dei 6mila detenuti palestinesi. Sono spesso “detenuti amministrativi”, cioè gente che, non potendosigli appioppare un reato degno di processo, ma potendosili impiegare a titolo di esempio, di intimidazione e terrore contro una società che, a dispetto dei suoi dirigenti felloni, dà comunque fastidio per il suo semplice esistere, va sbattuta dentro senza imputazione, senza avvocato, senza processo e senza termine. Alla Gestapo. Del resto, come adombrarsi di tanto scempio del diritto, quando le più grandi democrazie dell’Occidente hanno impiegato, in Irlanda, e impiegano, negli Stati Uniti di Obama, le stesse procedure contro “individui sospetti”? E’ di pochi giorni fa l’ordine presidenziale di Obama, dopo quello che autorizza l’assassinio extragiudiziale perfino di cittadini Usa, di installate campi di internamento su sospetto in tutti gli Stati dell’Unione. Il modello è quello in cui furono fatti vegetare e perire i giapponesi d’America durante la seconda guerra mondiale.


 E, a proposito di Stati Uniti, avete presente un eminente personalità palestinese che, in qualità di capo del partito “Iniziativa Nazionale Palestinese” e candidato alla presidenza della collaborazionista ANP, più volte ha allietato un uditorio italiano ed europeo con il suo rassicurante impegno per la “nonviolenza”. Me lo ricordo, questo Mustapha del grande clan dei Barghuti, quando insieme a noi a Ramallah si sgolava a gridare in piena Intifada armata: “Free Palestine! Free Palestine!”. Poi ci accompagnò all’udienza con un imbarazzante Arafat, al fianco del quale si collocò per correggerne i vuoti di memoria e i balbettii. All’altro capo del palco, tra i suoi, tutti comandanti dell’Intifada di Al Aqsa, stava Maruan Barghuti, che un po’ era perplesso, un po’ ghignava: erano la nuova, giovane, onesta e combattiva classe dirigente palestinese e delle ininterrotte e vane profferte di amicizia del vecchio capo a Israele non sapevano che farsene. Ora, dal carcere dei suoi 5 ergastoli, rimediando come premio settimane di isolamento, il Barghuti bravo ha chiamato il popolo palestinese a una nuova intifada. “Non violenta” hanno appiccicato al suo appello i preoccupati filopalestinesi nostrani. Aggiunta arbitraria. Nel mio incontro con Maruan, in piena Intifada, mi sentii ribadire che “lotta del popolo palestinesi può essere condotta, come anche afferma la Carta dell’ONU, con tutti i mezzi, nessuno escluso”. Sono convinto che il leader più stimato e amato del popolo palestinese, uno dei pochi irriducibili, non ha cambiato idea. 


In compenso il parente “nonviolento”, Mustapha, ha vinto in aprile il Premio Scarpa di Muntazer Zaidi (instaurato nel mondo arabo in ricordo dell’impresa del giornalista iracheno Muntazer quando, a Baghdad, lanciò la sua scarpa sul muso di Bush). Se lo è meritato, Mustapha, per aver visitato, omaggiato e ringraziato a Washington “J Street”. Cos’è “J Street”? E’, insieme a AIPAC, la più potente lobby filoisraeliana degli Stati Uniti. Assolve alla tattica del poliziotto buono, di fronte al perfido poliziotto AIPAC. Arriva addirittura a dialogare con i più primitivi tra i sudditi del Grande Israele, purchè, è naturale, “nonviolenti”. Trattasi di organizzazione razzista ortodossamente sionista che condivide – per ora! – addirittura l’obiettivo dello “Stato” palestinese nei suoi quattordici inoffensivi cantoni del 12% palestinese dietro al Muro. A condizione, anche questo è ovvio, che non si parli del ritorno a casa loro di 5 milioni di profughi. Logico che non rifiutino il dialogo con un palestinese così ragionevole e amante della pace. Un po’ di diplomazia, accanto al genocidio, ti cinge di allori davanti all’opinione pubblica pacifista e palestinocompassionevole. Notizia e commento sono di Arab Lofty, compagna egiziana e dirigente della panaraba, antimperialista e antisionista “Alleanza per la Resistenza”. 


In attesa che ai sostenitori della solidarietà con le vittime palestinesi venga l’uzzolo di una campagna in difesa di Maruan Barghuti, di Ahmed Saadat, dei morituri in sciopero della fame, contro i ladroni vendipatria nella dirigenza palestinese, vi do un’altra notizia messa sotto ai piedi dai media e di poco interesse per l’arcipelago dei solidarismi: Al termine del processo intentato da avvocati di Gaza per l’assassinio di massa della famiglia dell’allora tredicenne Zenab Samuni, gli inquirenti dell’inchiesta militare israeliana hanno assolto gli assassini, tutti, dal primo comandante di Brigata all’ultima recluta killer. 


 Sono stato nella grande casa dei Samuni, diroccata dopo le cannonate. A pianoterra si erano sistemati i sopravvissuti. I mobili e gli arredi dei piani superiori si trovavano frantumati di sotto, nel giardino divenuto fossa comune e discarica. Sulle pareti, i gangster israeliani della famigerata Brigata Givati avevano tracciato, tra residui di merda ebraica, il logo della brigata, ornato di firme, scritte e disegni che ordinavano “Kill the Arabs” (ammazza gli arabi), “Morirete tutti”, “Torneremo anche per voi”. L’elemento grafico erano tombe con lapidi che dicevano “1948-2009, Arabo”. 


Tutto questo lo potete vedere nel mio docufilm “Araba Fenice, il tuo nome è Gaza”. Molte fenici di Gaza e della Palestina sono finite spiumate, nel frattempo, ma una, ne sono certo, volava allora, vola oggi e volerà per sempre. Potete sentire anche questo nel film. Parla Zenab, bambina di 13 anni, della famiglia Samuni. Ha accanto un bimbetto di 2 anni con la mano devastata da uno sparo. 


Vittime di Piombo Fuso 


Mi chiamo Zenab, della famiglia Samuni. Tutta la famiglia era nella casa. Ci hanno sparato, eravamo terrorizzati. Sono arrivate anche bombe al fosforo. Tutta la famiglia si è buttata per terra, c’era tanto fumo, non si poteva respirare. Papà ci ha fatto scendere al primo piano, cercava di incoraggiarci. Questo è il bambino ferito dagli israeliani. Papà è uscito dalla casa e subito si è sentito un colpo. Abbiamo capito che era morto. Allora è uscito anche mio fratello Walid, ma non è tornato. Gli israeliani sono entrati in casa e ci hanno detto che non sapevano niente di papà e di mio fratello. Ci hanno messi tutti contro il muro e ci hanno detto di andare via,, ma quando ci siamo mossi, si sono messi di nuovo a sparare e lì sono morti mio cugino e mio zio. In tutto, la mia famiglia ha perso 29 parenti, fratelli, sorelle, mio padre, mia madre, due cognati…Non riesco a dimenticare. Le notti non dormo, mi viene da piangere e piangere. Continuo a vedere cos’è successo, le persone uccise, ferite, mio padre, mio zio, poi mia madre, i miei fratelli. E’ triste, molto triste… 


Penso a quel mio cugino che, dopo una bomba, non aveva più la testa e a mio padre con la testa aperta. Si erano messi sopra di me per proteggermi e il sangue mi scendeva addosso, sangue dappertutto. E poi mia mamma stesa morta, i cugini, tutta la stanza piena di sangue. Mia mamma l’ho vista morire sotto i miei occhi, non potevo far niente. Respirava. Speravo che venisse un’ambulanza a farla vivere, ma non l’hanno fatta passare. La mamma sanguinava, non aveva più le gambe, era ferita in faccia, ma era ancora viva. Io la chiamavo, ma non potevo fare niente per la mamma che moriva. Nessun aiuto è venuto, da tutto il mondo. 


E questa è mia cugina Muna che ha perso la mamma, il papà e mio cugino che aveva sei mesi. Tutti andavamo con le bandiere bianche e i feriti facevano fatica. Mio fratello grande portava sua figlia ferita, poi hanno ucciso anche lui e sua moglie. Ho visto il cervello che gli usciva dalla testa. Non è arrivata nessuna ambulanza e così è morta anche la bambina. Abbiamo camminato per due chilometri con quegli stracci bianchi e i soldati ci gridavano “Ritornerete, ritornerete per morire”. E piangevamo e camminavamo e portavamo i feriti e gli uccisi… Quando, dopo venti giorni, siamo tornati in questa casa, non c’era più niente. 


Noi non vogliamo più la pace. Io amo la pace, Ma ora non la voglio perché hanno ucciso e ferito migliaia di palestinesi. E vogliono che gli diciamo “grazie”? Ci hanno preso la terra nel 1948 e ora hanno preso quasi tutto. Eppure costruiscono i loro villaggi in quel che resta della Palestina. E vogliono che gli diciamo “grazie”? Se un solo israeliano, bambino o adulto, è ferito, fanno muovere tutto il mondo in protesta e tutti vengono a compiangere quel ferito. Di noi palestinesi se ne ammazzano migliaia e nessuno fa niente. Se muore un nostro bambino nessuno fa niente. Si stanno prendendo tutta Gerusalemme e ci cacciano e nessuno fa niente. Ci hanno attaccato nel 1948 e ci hanno fatto fuggire in Libano, Giordania, Egitto, dappertutto. E dobbiamo dirgli grazie? Noi qui abbiamo il prigioniero Shalit, ma loro ne hanno in prigione undicimila dei nostri. Uno contro undicimila. Ma Shalit non viene torturato. Noi siamo umani.
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venerdì 4 maggio 2012

GALGENHUMOR. Ovvero: non ci resta che ridere




Avete reso potenti i vostri governanti, gli avete dato guardie. E ora piangete sotto la dura ferula dello schiavismo. (Solone, 638-558 A.C.)
Bisogna capire che tutte le battaglie sono condotte a livello inconscio, prima che siano iniziate a livello conscio. La struttura del potere vuole farci credere che le uniche opzioni poissibili siano quelle che essa ci presenta. Sappiamo che ciò non è vero e perciò dobbiamo ridefinire il terreno dello scontro. Ovviamente si tratta di un conflitto di ordini del giorno e di visioni mondiali. (Teresa Stover)
Finchè il popolo non si cura di esercitare la sua libertà, coloro che ci vogliono tiraneggiare lo faranno. I tiranni sono attivi e scatenati e, nel nome di qualsiasi dio, religioso o altro, si impegnano a porre catene su uomini che dormono. (Voltaire, 1694-1778)
A volte la gente ha un credo di base che è molto forte. Quando gli si presenta una prova che agisce contro tale credo, la nuova evidenza non viene accettata. Creerebbe una sensazione di estremo disagio, chiamata dissonanza cognitiva. E siccome è così importante proteggere la convinzione di base, la gente razionalizzerà, ignorerà e perfino negherà qualsiasi cosa che non si adatta a questa convinzione di fondo. (Frantz Fanon)

I tedeschi, la cui lingua meglio di altre sa dare parole alle sfaccettature di un stesso concetto e perciò ha reso possibile la più grande delle filosofie, hanno un termine che più efficace non si può: Galgenhumor, umorismo da forca. Il dizionario Sansoni lo traduce, inadeguatamente, con “allegria dei disperati”, perdendone la grande forza dello sberleffo, perfino al boia. Non di allegria si tratta, ma di sputo in faccia. Rifiuto fino all’estremo di ogni sottommissione e affermazione invincibile della propria libertà. I nostri tempi ce ne offrono occasioni a josa. Si dicerva un tempo: una risata li seppellirà.



Alla primatista del bene la massima onorificenza USA per meriti civili.
Nel 1996, davanti a un ululante auditorio universitario e poi davanti alle compiaciute telecamere di “Sixty Minutes”, richiesta di una sua valutazione sul milione e mezzo di civili iracheni uccisi dall’embargo, di cui mezzo milione bambini, l’allora ambasciatrice Usa all’ONU, dichiarò che “di quel prezzo ne valeva la pena”. Sostenendo il “nuovo metodo di guerra”, che priva e nega ogni mezzo di sostentamento della vita, assicurò: “Preserverà le prossime generazioni dalla maledizione della guerra”. Coerentemente, da Segretario di Stato e poi consulente di Bush, mise in pratica l’assunto uccidendo in Serbia e Iraq altri milioni di persone, con la solita quota di bambini. Stavolta, oltrechè con l’embargo, con missili, uranio, bombe a grappolo. Il Galgenhumor eplode al ricordo che, esule da Praga a Londra dal 1939 al ’45, recitò da bambina in un documentario sulle sofferenze patite in guerra dai bambini. Il Galgenhumor si diffonde tra i milioni di bimbi nati deformi grazie all’uranio, grazie alla nomina della signora alla carica di Presidente della Commissione per il Riscatto dei Poveri nel Programma ONU per lo Sviluppo Umano. Il Galgenhumor tocca il sublime con la consegna al soggetto, nel 2006, del Premio Europa Esseri Umani, e finisce con lo svettare nell’iperuranio con la consegna da Obama della Medaglia Presidenziale della Libertà 2012, per i suoi sforzi per portare la pace in Medioriente, ridurre la diffusione delle armi nucleari e per il suo annoso ruolo di campione della democrazia e dei diritti umani in tutto il mondo. Traggono conforto  le 500mila vedove e i milioni di orfani iracheni dalla promessa di Albright che “c’è un posto speciale nell’inferno per donne che non aiutano altre donne”. Plaudono le ginocrate del “manifesto”, che definirono Hillary Clinton “un angelo” e si stracciano le vesti per le zoccole che succhiavano sperma e dobloni al Papi, o per la Circe che in cambio di diamanti faceva carne di porco dei padani. In inferno c’è attesa. Da noi, speranza.




Un Albright italiano
Giuliano Amato, sotto l’onest’uomo Craxi  vicepresidente e  primo degli immarcescibili tesorieri da furto con destrezza, torna agli onori della banda dei tromboni con coccarda BCE. Da Presidente del Consiglio 1992-1993, pone in opera il piano George Soros-Mafia finanzcapitalista, elaborato con Mario Draghi sul panfilo della Regina “Britannia”, per la svendita a privati nazionali ed esteri, a prezzi stracciati, ottenuti grazie all’attacco alla lira dello stesso Soros, del patrimonio pubblico degli italiani. Luminare di economia, ripetutamente ministro e primo ministro per il completamento dell’esproprio con vasellina socialista di quanto i nostri padri avevano lasciato a noi e alle future generazioni, confratello della cosca di “tecnici” della rottamazione installati con colpo di Stato da un superpartes che ridicolizza il Galiani di Milan-Juventus, è stato da questa incaricato di mettersi a capo dei soldi pubblici ai partiti. Laureato in questa disciplina dal partito-ladro per eccellenza di Bettino e Cicchitto, armato di pensione da 32mila euro al mese, gestirà quella che gli analfabeti in cravatta chiamano spending review (“revisione delle spese”, per i vernacolari) dei finanziamenti al Pantagruele decafronte partitocratico. Protagonista, sotto la maschera dell’apoliticità tecnica, utilizzata come il passamontagna dai banditi, negli ultimi trent’anni del trasferimento del potere decisionale dalla sfera politica a quella economica dell’attuale delinquentocrazia, è sicuramente uno dei più reazionari figuri espressi dal sottobosco intellettuale italiano. Non per nulla dal PSI è passato nel PD. Mentre la trimurti ABC (per i poster: Alfano-Bersani-Casini), pratica di autosodomizzazioni, s’inchinava al tecnico dei tecnici, Grillo, che, sul Colle, è definito demagogo dell’antipolitica dal primatista Guinness della fuffa demagogica antipolitica, ma che al ronzio universale del bla bla nazionale di solito oppone contenuti e dati, buoni o cattivi che siano, ha precisato: “E come buttare un fiammifero acceso in un pagliaio. Il Galgenhumor, stavolta, è della salma di Hammamet sfuggita alla forca, quanto meno metaforica. Pare cher da quelle parti si sia aggirato l’esorcista Monti e abbia intimato: “Esci da quel corpo!”. Né è scaturito Giuliano Amato.    


Tutti giù per terra!
Avendo svolazzato, girando a vuoto contro il sistema per mezzo lustro, girotondini, viola, arancioni, hanno risolto che era tempo di riporre le ossa nell’alveo dell’esistente. A Firenze, mosca cocchiera “il manifesto” e alcuni grilli parlanti sfuggiti al martello di Pinocchio, i nuovissimi della Terza Età hanno dato vita alla svolta epocale del Nuovo Soggetto Politico. Con l’impeto di un faticoso risveglio dal letargo, gli ibernati delle buone maniere alla Giustizia e Libertà hanno assaporato la vivificante brezza del marasma da putrefazione sparso dai morti viventi partitici che, anche loro, stanno ricombinando le membra disseccate per un nuovo assalto a quel che resta del peninsulare anfibio italico. E’ all inclusive, questo Partito dei Garbati. Tutto, beinteso, fuorché un “Nuovo Partitino della Sinistra”, ce ne guardi Iddio. Che venghino, signore e signori, c’è posto per tutti: precari, garantiti, ricettori di bonus milionari, bancari e banchieri, caporali e ammiragli, donne che aiutano altre donne, chierici e iconoclasti, bassotti e altotti. Raccomandano, come rileva un rinsavito Asor Rosa, che non si faccia sconveniente cenno all’obsoleto antagonismo capitale-lavoro. Allo sproposito dell’abolizione della proprietà privata si sostituisca la placida condivisione di “beni comuni”, compresa la villa di Arcore e l’Oasi del WWF. Nella qual definizione pare entrino, seppure innominati, interventi umanitari, magari con qualche F35 in meno e qualche ONG e banca etica in più, democrazia e diritti umani da esportazione, Nato e Bruxelles. Ma, soprattutto le negriane indistinte “moltitudini”, i campanili municipali prediletti dai fustigastori dello Stato nazionale, miracolosamente riscattati dal basso. Asor Rosa denuncia di quegli enti locali “vicini alla gente”, l’ormai ontologica funzione di organizzazione dal basso della corruzione, dall’abusivismo e dal clientelismo nazionali? Qualcuno ha notato che, a volte, il pesce puzza anche dalla pinna caudale? Tranquilli, basta dire dal basso e, alla Ugo Mattei, “orizzontale”, e nessun sindaco darà mai più una lottizzazione in mano alla ‘ndrangheta, o una cartolarizzazione in mano a Passera. Una società divisa in classi, nella quale quella microscopica in alto marcia a scarponi chiodati su quelle oceaniche di sotto? Non si dicano spropositi. Basta essere perbene. Garbati, appunto. E lasciar scorrere il flusso dei beni comuni onde traghetti gli eleganti e rispettosi gentiluomini che, anatema!, non rompono vetrine di McDonalds (bene comune?), all’imminente scadenza elettorale. Prima di tutto, con il feto ancora da sfornare, il nome! Che diamine, sennò cosa ci mettiamo sulla scheda elettorale? E se Fornero può chiamarsi “ministra del welfare”, perché mai dei ragazzi di Benedetto Croce non dovrebbero chiamarsi “Alba”? Quando ha sentito “Alba”, il sol dell’avvenire ha fatto marcia indietro. Sghignazzando. Galgenhumor.

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Ratzinger mentre contamina Cuba
Ingresso a pagamento
Lo riferisce il New York Times: la salvezza eterna è di nuovo alla portata di mano. Anzi, di borsa. Non siamo forse nell’era dei privilegi da stroncare a chi, offensivo nei confronti dello Zeitgeist della modernità globalizzata si incaponisce sulla monotonia del posto fisso e sull’alienazione della vacanza non in gruppo su panfilo? Nonché della meritocrazia di chi si compra la laurea a Tirana e rimedia dividendi e bonus da spremitura di contratti a progetto e falcidie sociale per delocalizzazione? Torna alla grande un benemerito strumento dell’ordine sociale, lo schiavismo. In compenso, però, le porte del paradiso si riaprono, l’indulgenza plenaria è risuscitata. Basta mettere mano al portafoglio, tanto siamo in tanti ad averlo tracimante. Sotto l’uragano dell’indignazione mondiale guidata da Martin Lutero, nel 1567 la Chiesa Cattolica Romana bandì la pratica di vendere indulgenze a chi la gratificava di guiderdone. A sistemare gli altri, ma in Terra, pensavano i gabellieri e, in caso di riottosità, i roghi dell’Inquisizione. Don Rodrigo pagava e svettava tra i cherubini. Gli squattrinati Renzo e Lucia, a dispetto di Manzoni, per aver mancato di rispetto a Don Abbondio rischiavano di bruciare in forni crematori ultraterreni. Quelli che ne avrebbero poi ispirati altri, sempre tra i Gott mit uns. Secondo il Times, il papa avrebbe discretamente reintrodotto il concetto che una donazione monetaria non avrebbe mancato di guadagnarti un’indulgenza: “Contributi caritatevoli, certo combinati con altre azioni degne, possono aiutare a ottenerla”. E si possono perfino comprare indulgenze per i propri cari già defunti, lubrificandone il duro selciato dal purgatorio all’estasi eterna. Perché la Chiesa avrebbe restaurato quello che per  Lutero era orrendo mercimonio?  La crisi globale che rosicchia perfino le dorate e diamantate vesti del pontefice? Figuriamoci! “Perché nel mondo c’è peccato”, ha detto un vescovo di Brooklyn. Questo papa che regge bordone agli sfracellatori dei suoi stessi fedeli in Libia e Siria, una ne fa e cento ne pensa. Dalla sua ristrettezza, oltre all’8 x mille desginato o non designato, oltre all’esenzione dell’IMU grazie alla madonnina nell’atrio della pensione e cinque stelle, ora ha avuto un lieve sostentamento anche dai cittadini toscani che, attraverso Comune, Provincia, Regione, gli pagano la miseria di mezzo milione di euro per il viaggetto pastorale, turistapromotore, da Piazza S. Pietro ad Arezzo. Non vorremmo che, come le decine di vittime della delinquentocrazia, fosse costretto a qualche gesto disperato.


 Terroristi con vittima
Brucia, Al Qaida, brucia
Terry Jones, pastore della Florida, a proposito di Zeigeist, lo aspira a pieni polmoni da pire fumanti. L’ha fatto un’altra volta e sta sempre lì, con tanto di comunità di fedeli plaudenti, di autorità giudiziarie e politiche voltate dall’altra parte, di Obama che ghigna. L’aveva già fatto il 20 marzo scorso: un bel falò in chiesa e il Corano finì incenerito. Subito dopo finirono incenerite per rappresaglia anche due dozzine di persone in Afghanistan. Ma questo stava nei calcoli. Del pastore, dei fedeli, delle autorità e di Obama. Infatti Terry Jones l’ha potuto rifare, senza che nessuno, tranne qualche Occupy, invocasse le vigenti leggi contro l’odio razziale. Il Patriot Act mica protegge il Corano, o gli islamici. Anzi! L’ha fatta anche meglio: stavolta, oltre al Corano – il libro sul quale i liberatori dell’Afghanistan pisciano quando non c’è sotto mano qualche Taliban ammazzato – ha dato fuoco all’effige del Profeta. Fiamme che nuovamente si estenderanno al mondo musulmano e provocheranno altre stragi di spendibili mercenari occidentali.
  

Grande è il Galgenhumor che ne è suscitato, se si pensa che altro che eterogenesi dei fini! Omogenesi! Il meccanismo, da Bush a Obama, è sempre quello: satanizziamo, perseguitiamo, massacriamo un po’ di islamici, offendiamone i simboli, sbertucciamone le credenze, calpestiamone i territori, stupriamone le donne, dronizziamone i bimbetti. Dalla loro cosmica incazzatura estraiamo una nutrita armata di invasati, li riempiamo di droghe e dollari e gli spieghiamo che è tutta colpa di laici, tipo Saddam, Milosevic, Gheddafi, Assad, o di apostati sciti, quali gli alawiti siriani, gli Hezbollah,  gli iraniani. Gli promettiamo emirati, califfati, sharìa e moltitudini da sgozzare e ne facciamo la fanteria Nato contro questi rigurgiti del diavolo.


Paul Conroy, giornalista del Sunday Times e agente del MI6 con i capi di Al Qaida in Libia
Tout se tien, dai finti Al Qaida e autentici agenti di regime dell’11 settembre, al buon pastore piromane e al suo socio Abdelhakim Beladj, fondatore di Al Qaida in Libia, governatore Nato di Tripoli, capospedizione Al Qaida in Siria. E mettiamoci pure, nel rosario di Santa Provocazione prega per noi, gli infiltrati Al Qaida della Nato nel Sahel, che dovrebbero sputtanare la legittima rivolta di popolazioni escluse, come i Tuareg, islamisti e cristiani che si fanno a fette in Nigeria, l’Esercito di Resistenza del Signore in Uganda che ha legittimato l’intervento delle forze speciali Usa, tutto l’armamentario dell’Africom USA, finalmente innestato in Africa. Ora che la difesa dell’unità e sovranità africana, garantita da Gheddaf, è stata liquidata. Tutto questo attua il famigerato piano israeliano di Oded Yinon, assunto dal governo nel 1982, di frazionare gli Stati africani e mediorientali per linee etnico-tribale-confessionali. Curdi, drusi, sunniti, sciti, hausa, ibo, berberi, arabi, neri, bianchi…    Qui il Galgenhumor è tutto di noialtri dietrologi, complottisti, teorici della cospirazione.



SuzanneNossel 
Qui sopra, l’affascinante immagine delle neofiduciaria dei necrofori Usa. Suzanne Nossel, ovviamente correligionaria di Netaniahu, nel novembre scorso è stata nominata nuovo capo di Amnesty International, organizzazione per la difesa dei diritti umani nel mondo. Nel 2009, con per principale Hillary-la belva-Clinton, la pacifista mondiale numero uno era Vice-assistente Segretaria di Stato. Veniva da Human Rights Watch, la consorella dirittoumanista sostenuta dal bandito della speculazione finanziaria internazionale, George Soros, destabilizzatore della Jugoslavia, dei paesi dell’Est europeo, degli Stati arabi, promotore con la National Endowment for Democracy (vetrina Cia), delle rivoluzioni colorate nei paesi da squartare. Ancora prima, è stata Vicepresidente per la Strategia e le Operazioni del Wall Street Journal, house organ della criminalità organizzata finanziaria. E’ stata assistente di Richard Holbrooke, ambasciatore Usa all’ONU, dopo che costui aveva dato il meglio di sé nel distruggere Jugoslavia e Serbia e nel facilitare l’assassinio di Slobodan Milosevic. Appena poco più trentenne, alla luce delle atrocità commesse dai suoi datori di lavoro in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, mondo, ha tutte le qualifiche di sfruttare i “diritti umani” a beneficio del genocidio imperialista. Ha esordito lanciandosi a capofitto contro il presidente siriano Assad. Recentemente ha rimediato, piegatasi all’evidenza accettata addirittura dagli osservatori della Lega araba e da moltissimi media, esprimendo reprimende ai “ribelli” siriani, “autori anch’essi di crimini e sevizie”. La toppa doveva coprire le sue informazioni false sulla Siria al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, successivamente smentite, allo scopo di giustificare un voto del Consiglio di Sicurezza per l’intervento in Siria. Poco da rimediare c’era, per una di Amnesty, corresponsabile con infinite balle dell’annientamento di quel paese, del suo popolo, del suo leader. A pensare alle mille volte in cui “il manifesto” e compari citano, avallando, Amnesty International, c’è da sganasciarsi di Galgenhumor.


Risuscita l’eroina arancione e dagli allo zar del KGB
Occhio all’Ucraina. E’ all’abbrivio una nuova rivoluzione colorata. Rovesciata quella precedente da un popolo non decerebrato dalla National Endowment for Democracy e analoghi istituti Usa per il rincoglionimento dei paesi disobbedienti, riguadagnata la sovranità con la vittoria della sinistra di Victor Yanukovic, l’Ucraina riottosa delenda est. E a chi affidare il compito di capopopolo? La scelta è d’obbligo e collaudata. Criminali, narcotrafficanti, ladri, assassini, truffatori, grassatori, vendipatria, sotto ricatto in ogni caso: Thaci in Kosovo, Karzai in Afghanistan, Al Maliki in Iraq, Jalil in Libia, Calderon in Messico, Porfirio Lobo nell’Honduras golpizzato, Santos in Colombia, in Italia sappiamo chi….In Ucraina non poteva che essere, dal carcere, la bionda Yulia Tymoshenko. Una la cui fedina penale farebbe  invidiare quella di Belrusconi. Le qualifiche? Sette anni di carcere per malversazioni e creste sulle forniture di gas russo. Nel 2001 processata insieme al marito per evasione fiscale e falsificazione di documenti. In Russia viene indagata per corruzione di militari. Figura dal 2004 sulla lista dei latitanti di Interpol. Insomma, da quando si agita sulla scena ucraina sfugge all’annientamento giuridico e politico facendosi sicaria delle cospirazioni antinazionali dell’imperialismo. L’occasione l’hanno fornita gli europei di calcio 2012, condivisi con la Polonia. Come in Gran Bretagna i prossimi giochi olimpici sono la facciata festante dietro alla quale il regime di Cameron, con missili sui tetti, misurazioni biometriche, droni, allestisce repressione e sorveglianza totali, così in Ucraina il pallone offre il destro per un travaso di sangue e di dollari alle turbe tymoshenkiane abbagliate dalla prospettiva di bagordi da libero mercato. Così, come Aung Saan Su Khy, apripista della Exxon e di Monsanto, Julia è incoronata nuova martire della libertà. Un’altra era la Politovskaja, giornalista uccisa con tanto di processo in Russia dei responsabili, impagabile e pagatissima corrispondente del circuito radio Cia Radio Liberty e Radio Free Europe. Allo squillo – Julia libera! - della zannutissima paladina dei proletari, ovunque essi si trovino, anche in Ucraina, Angela Merkel, ha istantaneamernte risposto la fanfara dei giornalisti di razza delle democrazie occidentali. A Kiev, per gli Europei, non ci andiamo, no, no,. no. Commosso e entusiasta Alemanno calerà una gigantografia dal Campidoglio. Immancabili nel concerto, Paola Concia, PD, ospite cocca di Bruno Vespa e del “manifesto”, insieme all’affine Franco Grillini. Prova provata che qualificare di categoria politica gli omosessuali si corrono rischi tanto inusitati quanto prevedibili. Il/la plurivalente (politicamente parlando) Luxuria docet.
Tymoshenko sugli altari imperialvaticani, Putin  tra i demoniacci dell’ultimo girone. Basta sentire un Gad Lerner con la bava alla bocca, cantoniere del treno blindato Nato per Mosca, quando inveisce contro Putin “soffocatore di ogni libertà”. Quando mai gli si può perdonare di aver rimesso in piedi la Russia dopo il saccheggio sociale e l’annichilmento politico dello sbronzone ladro Eltsin, proconsole delle mafie transcontinentali! Come tollerare il confronto con le libere manifestazioni di una minoranza russa, avida di democrazia come la offre il dronista Obama, in cui non si sono mai viste le brutalità e sevizie che gli sbirri delle democrazie infliggono agli Occupy di Oakland e New York, ai terremotati dell’Aquila, ai salvatori della patria di Valdisusa? Come sopportare lo scacco inflitto ai manipolatori delle elezioni in Occidente e nei paesi clienti da elezioni russe in cui telecamere per ogni dove controllano fin la pulizia delle unghie dei votanti? Insostenibile la liquidazione in Russia degli oligarchi ladroni, burattini della Cia, e le misure che sollevano milioni di cittadini dalla povertà, quando, dalle nostre parti, i cannibali della finanza inanellano teorie di suicidi da sfoltimeno malthusiano. Vero Astrit Dakli, russologo del “manifesto”, albanese dalla paranoica slavofobia che ogni giorno mette il suo sanpietrino sulla strada dell’assalto militare alla Russia?



C’è poi un altro paragone dal quale, però, l’universo mediatico destra-sinistra rifugge come dalla peste. Si inneggia nientemeno che alla fronte Hollande del Giano bifronte neoliberista, perché minaccia di limare un po’ la volgare unghiona del mignolo del gaglioffo Cia-Mossad, Sarkozy, pur perseguendone, in sintonia Nato, il recupero colonialista a forza di sterminio di popoli. Il Bersanendola gallico è visto come colui che riaprirà le bare ai vampiri sinistri, disseccati sia dalle croci che preferiscono essere brandite da terminator più decisi, sia dall’astinenza da plasma elettorale. Il confronto stavolta è con l’America Latina. Si fa sprofondare nell’oceano il messaggio di vita che arriva dall’altro emisfero, non fosse mai che ridicolizzasse gli inani pigolii critici rivolti ai golpisti nostrani da chi si dice rappresentante dei lavoratori. Volete sentire cosa combinano rappresentanti dei lavoratori, neppure tanto bolscevichi, di là dall’Atlantico? Cristina Kirchner accelera la marcia dell’Argentina via dal morso delle multinazionali, nazionalizzando la petrolifera YPF, in mano alla spagnola Repsol, che, rubando per conto dei padroni iberici, costringeva il paese fornitore a importare idrocarburi a prezzi da cravattaro. In Bolivia, mandando di traverso le zanne di elefante al cialtrone reale e massacratore di pachidermi, Juan Carlos, pure Evo Morales riconsegna al popolo i beni rapinati dai precedenti regimi corrotti e dipendenti. La Rete Elettrica Internazionale, posseduta al 99% dall’ennesima multinazionale spagnola, è stata nazionalizzata. Investendo appena 5 milioni all’anno, aveva fornito ai boliviani un servizio pessimo a prezzi esorbitanti. Negli anni precedenti Morales aveva già nazionalizzato tre compagnie petrolifere, la compagnia telefonica Entel, filiale di Telecom Italia, una rete di trasporto di idrocarburi, 4 imprese elettriche e la compagnia Air BP.


Ma il colpo più grosso l’ha fatto il solito Hugo Chavez. Ai regimi occidentali che strangolano la capra che gli dà il latte ha mostrato come si fa a rimettere in piedi il gregge. Al termine di una consultazione  capillare di lavoratori, che ha prodotto 19mila proposte dai diversi settori, ha promulgato la nuova legge sul lavoro. Cose inenarrabili, da disintegrare ogni cellula metastasica del pensiero unico: orario di lavoro ridotto da 44 a 40 ore settimanali, ferie di maternità aumentate a 6 mesi e mezzo, eliminazione del lavoro subappaltato ai privati, liquidazione e pensione calcolati sull’ultimo salario moltiplicato per gli anni di servizio, con salario retrodatato al 1997 per tutti coloro che furono vittime della riforma neoliberista di quell’anno. Lavoratori reintegrati da giudice in concorso con i sindacati se licenziati senza giusta causa e, in alternativa, liquidazione doppia. Posto di lavoro garantito alle nuove coppie che non potranno essere licenziate, neanche per giusta causa, fino almeno a due anni dopo la nascita di un figlio. Pare il riarrotolamento di quel maledetto filo rosso che da noi unisce la macelleria sociale e la resa dei sindacati e delle sinistre dall’abolizione della scala mobile a quella dell’articolo 18. Sono paesi che crescono al ritmo del 7-10%, ma a crescere è il benessere dei cittadini, non quello dei satrapi della Goldman Sachs. Andassimo tutti in Venezuela? No, facessimo tutti come in Venezuela!

Bertinotti tra le pellicce
Chiudo riproponendo una Berti Horro Picture Show come raccontata da un arguto cronista. Si parla dell’ometto in cashmere che ha distrutto il comunismo in Italia, oggi star del trivio da visoni delle sorelle Fendi.

Fausto Bertinotti horror picture show
Una delle sorelle Fendi, le stiliste, chiama l'ex presidente della Camera a recitare Thomas Eliot sul palco di un teatro romano. Come scenografia: maxi confezioni di dispositivi vaginali, nudi femminili e maschili, fiamme e pianeti. Una perfomance non gradita ai liceali romani del Socrate che questa mattina lo hanno contestato
Apvile è il mese più cvudele / geneva lillà dalla tevva movta / mescola memovia e desidevio / stimola le sopite vadici con la pioggia pvimavevile”. Undici erre in una sola strofa. Bertinottiassorbe la trappola con stile. La moglie, signora Lella, è tutta un fremito. Sul palco, Fausto recitaT. S. Eliot. Portaocchiali al collo. Maglione turchese. Al centro dell’antico mercato ebraico del pesce, elegante latifondo della Fondazione Alda Fendi, ecco “Transiti di venere” di Raffaele Curi. Mezz’ora di feti, montagne, nuvole, confezioni di dispositivi vaginali, fiamme, pianeti, canzoni diYoko Ono ed Enya, spose sfiorate dall’annunciazione e harakiri proiettati a tutta parete. Lo chiamano sperimentalismo, somiglia al “casino organizzato” dell’ex operaio siderurgico Eugenio Fascetti e per celebrarlo, a un passo dal Circo Massimo, si sono accalcati in 400.
Fiere e domatori, vecchi amici e neofiti. Un’istantanea a metà tra l’ultima assemblea del Partito socialista e i Cafonal di Dagospia. Mario D’Urso e Adriano Aragozzini, Salvo Nastasi e Umberto Croppi, Ritanna Armeni e Carlo Rossella che ieri commosso, sul Foglio, denunciava ancora un certo turbamento: “Fausto Bertinotti attore. E che attore!”. Intorno all’alta società del Presidente di Medusa e tramontata la voce impostata di un anonimo che avverte, come a corte: “Si prega di spegnere i telefonini e non di far uso di flash” un altro film. Trentenni sgomenti, imbucati di ogni età, turisti per caso dell’arte senza esborso che da un decennio è il manifesto della minore delle sorelle Fendi.

Alda vendette il marchio, incassò una cifretta vicina al
 miliardo di euro e decise di restituire. Se la chiami mecenate si offende: “Mi sento una missionaria, un piccolo granello di sabbia, una folle sana di mente e intenti, cui il mondo non mercificato e corrotto inizia a dare ragione. Non esiste nulla di più gratificante che vivere e nutrirsi d’arte. Voglio che con me ne godano tutti”. E così sia. Al lato della rappresentazione (sic) vestiti come buttafuori di un qualunque Studio 54 fuori latitudine, sostano una dozzina di imitatori di Will Smith allevati a glamour e palestra. Gessato, camicia spalancata, Persol, vistosi orologi al polso. Restano immobili, mentre alle loro spalle, lo scorrere del tempo (c’è la metafora!) è una sabbia che cade inesorabile dall’alto e le immagini (e le scritte) si rincorrono sul muro. “Il settimo sigillo”. Con Bergman non ti sbagli mai.

Poi, ancora. Un ex campione di basket Nba sopravvissuto alla fame (Abdul Jeelani) interpreta Cristo. Con la corona, la posa sofferta e tutto il resto. Un ragazzo vestito come un tennista degli anni 30 e una bucolica fanciulla che lo insegue ballano su una schermaglia amorosa. Altra scritta sul muro. 2, 176 Kelvin. L’unità di misura seguita da due ragazzi in succinto costume da bagno accompagnati da lazzi e battute irriferibili su altre misure: “Ahò, ma è eccitato, è barzottissimo” e riprovazione disgustata della claque. Al cambio di scena, i due innamorati di prima si ritrovano nudi ai lati della sala. Si osservano, mentre il pubblico li divora.
 Ammirazione per la splendida ragazza che non muove un muscolo. Una sfinge.

Alla fine, timidissimi applausi e fuga collettiva.
 Raffaele Curi, il sosia di Mal dei Primitives, l’autore di “Transiti d’amore” che da ragazzo fu Ernesto nel Giardino dei Finzi Contini di De Sica, in età matura ha imparato a far di conto, l’allestimento a casa Fendi non è una novità. Lei è pazza di lui, lui ricambia (come dargli torto) sentitamente. Ogni anno, con titoli pretenziosi, ma alati per le sue creazioni (“Sfiorerai il mio destino come una farfalla”) o vezzosi menu natalizi (quello del “clochard” da degustare ascoltando The Fun Powder Plot di Wild Beasts o in alternativa la “salsa del figlio del podestà”) Curi si spende e fa spendere agli altri. Quando non lavora con Pupi Avati o non affitta appartamenti in via Giulia a Guido Bertolaso trovando a fine locazione cumuli di bollette: “Ero felicissimo: ho pensato che fosse una persona affidabile. Ma non sono mai riuscito a contattarlo per farmi firmare il contratto, non l’ho mai visto in faccia” dà vita a spaventose messe in scena. A Everest di ridicolo involontario. In cima, una volta scalata la vetta, la ricompensa. Lo squittio delle dame impegnate a tener desti i mariti: “Ma, caro, non sbadigliare, è me-ra-vi-glio-so” e sorridere ragazzi più cinici e grevi: “È il vero appuntamento trash di Roma” o anche, nella versione meno ecumenica: “Non ci si crede. Non ho più parole. Soltanto parolacce”.

La Fendi è generosa.
 Magnanima. Finanzia molti ambiti artistici, sogna di scoprire un Andy Warhol, ma si accontenta delle opere di Curi. Si immedesima in Peggy Guggenheim indossando enormi lenti nere, sfama le mandrie che occupano lo splendido palazzo aperto al dopo “Transiti di venere” offrendo come dice Rossella un “delizioso panaché” in faccia al Foro Traiano che a Roma, per semplificare, si risolve in birra e gazzosa. Tra i vassoi si commenta. Non sono concetti gentili, ma spruzzi di ingratitudine. Inganni. Opinioni. Forse Curi è un genio, “Transiti di Venere” un capolavoro e l’arte contemporanea tutta, un immenso speaker’s corner appaltato a chi è più rapido. Furbo. Dialettico. Chi sale sul ceppo per primo vince. E Curi, dall’angolo Fendi, continua a parlare senza che nessuno si azzardi a interromperne il flusso di coscienza.

Una performance però, quella dell’ex leader di Rifondazione comunista, che non è piaciuta agli studenti del
 liceo Socrate di Roma, dove Bertinotti si è presentato stamattina per un dibattuto incontro. Alcuni ragazzi gli hanno contestato la vicinanza a certo bel mondo romano.

di Malcom Pagani
Da Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2012, aggiornato da redazione web alle 15,30

Da Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2012, aggiornato da redazione web alle 15,30
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domenica 29 aprile 2012

L'OCCIDENTE ALL'ULTIMA CROCIATA. PREFAZIONE.

Il mio editore, Giuseppe Zambon, ha scritto questa prefazione al mio ultimo libro: "L'OCCIDENTE ALL'ULTIMA CROCIATA , Impero, Nato e Al Qaida predatori di Primavere." Trascurando i generosi e lusinghieri apprezzamenti su di me, ne potete trarre qualche indicazioni sul perchè comprare o non comprare il libro (da ordinare in libreria). Mi si può anche invitare a presentare il libro, insieme al nuovo docufilm "ARMAGEDDON SULLA VIA DI DAMASCO, dal Vietnam alla Siria, dal '68 ai No Tav, le guerre e le resistenze viste da chi c'era".

 GIORNALISTI E DEMOCRAZIA
 Il nostro Bel Paese si distingue per lo sviluppato senso dell’umorismo che si riscontra in ogni dove, a cominciare dal testo della Costituzione della Repubblica. “La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro” continua ad essere scritto nell’articolo 1 in ricordo delle nobili aspirazioni di una generazione che, in tempi ormai lontani e dimenticati, si era temprata nella Resistenza. Berlusconi, integerrimo ed incorruttibile, ma purtroppo privo di quel senso dell’umorismo che tutti ci accomuna, aveva espresso il desiderio di cancellare quest’articolo, da lui ormai ritenuto obsoleto e non più all’altezza dei tempi e delle nuove regole di comportamento in un’economia “libera”.

 Noi pensiamo che non solo la Repubblica Italiana; ma lo stesso possente e glorioso edificio della nostra democrazia occidentale, lungi da fondarsi sul lavoro (dio ce ne guardi) trova invece nella libertà di stampa la giustificazione della propria esistenza. E perché mai proprio sulla libertà di stampa? Perché è soltanto grazie alla cosiddetta libertà di stampa che milioni oppressi vengono convinti a votare i partiti dei loro sfruttatori. È soltanto grazie al fatto che qualche facoltoso imprenditore si possa permettere, in difesa dei propri interessi, e praticamente in regime di monopolio, di seminare a piene mani ogni tipo di calunnia, di oscenità e di fuorviante schifezza, che la maggioranza delle popolazione viene portata a credere nell’esistenza di un mondo irreale e non si rende conto di vivere in un mondo dove regnano invece ingiustizia e terrore, ed anzi di essere direttamente corresponsabile di crimini orrendi, di cui non sospetta nemmeno l’esistenza. Difficilmente si potrebbe pensare che la nostra classe dirigente, che si avvale del creativo apporto di bande armate, di squadroni della morte, di esecuzioni mirate a mezzo di aerei senza pilota, potrebbe conciliare queste sue predilezioni con la concessione dei diritti democratici ai propri sudditi, se questi fossero messi al corrente della vera natura del potere.

 È in nome di questa libertà di stampa che una categoria particolare di mercenari disarmati, in piena sintonia con le bande di cui sopra, può impunemente spargere menzogne in modo mirato per ingannare i sudditi e continuare ad assicurare l’appoggio elettorale a coloro che, in cambio, li pagano profumatamente. Soltanto chi possiede i mezzi economici per acquistare le macchine tipografiche, gestire un capillare apparato di distribuzione, convincere i giornalisti a scrivere bianco o nero a seconda delle proprie necessità politiche, può sperare di conservare il potere con pratiche formalmente democratiche. Parlamento? Ma suvvia, non scherziamo. Berlusconi in Italia, Springer in Germania, i fabbricanti d’armi in Francia e Murdoch nel resto del mondo decidono quello che i sudditi dovranno votare ed i parlamentari da loro eletti dovranno approvare. Jack London e George Orwell avevano già descritto, con impressionante e preveggente precisione, i meccanismi e le modalità di gestione del potere che sono oggi tipiche della nostra società. Molti biasimano per questi motivi la professione dei giornalisti in quanto tale, e alcuni allegroni giungono persino a definirla come la seconda professione al mondo… per anzianità.

Infatti: immaginiamo che esista un giornalista onesto. Ebbene, egli si rifiuterà di ubbidire alle consegne e di attribuire il ruolo delle vittime ai carnefici (e viceversa), si rifiuterà di definire le bande mercenarie come coraggiosi volontari della libertà, e le forze armate del paese aggredito come bande di stupratori prezzolati. Non accetterà di farsi strumento di menzogna…e perciò stesso cesserà di essere giornalista. Dovrà cambiar mestiere, sarà costretto a dedicarsi all’insegnamento (almeno fino a quando esisterà una scuola pubblica) oppure entrare in un convento… Ma se le cose stessero davvero così, allora sarebbe molto facile scoprire la verità! Basterebbe fare il contrario di quanto radio, televisione e giornali vogliono farci credere. Si scrive: “I terroristi palestinesi attaccano i civili israeliani?” Allora dovrà leggersi: il sistema politico razzista israeliano opprime i palestinesi, li deruba delle loro case, delle loro terre, della loro libertà (10mila prigionieri politici) e sempre più spesso della loro vita (esecuzioni mirate extragiudiziali…contro terroristi, appunto) Si scrive che la Serbia ha scatenato 3 guerre per espandersi a danno dei popoli vicini? Allora dovrà leggersi che l’imperialismo tedesco prima quello nordamericano poi sono pesantemente intervenuti per cancellare dalla carta geografica l’ultimo stato indipendenze dell’Europa centrale. Gheddafi bombarda i civili? Vuol dire che Gheddafi pretende di vendere il petrolio alle condizioni decise dalla Libia, e guarda caso accarezza persino l’idea di fondare una banca panafricana sottraendo il continente alla morsa letale del ricatto finanziario di Washington e di Parigi. Assad scatena i carri armati contro la popolazione civile, ma …udite udite i “dimostranti” respingono l’attacco? Significa che bisogna demonizzare la Siria per togliere di mezzo l’ultimo alleato di Iran e Palestina.

 Questo semplice e utilissima chiave d’interpretazione della realtà, che consiste in sintesi nel rovesciare il senso di quanto ci viene propinato, comporta però qualche rischio. La realtà è purtroppo più complessa. Troppo facile sarebbe potersi avvalere di un così facile strumento di lettura! C’è, infatti, un giornalista irresponsabile, un guastafeste, che ci complica la vita, rimette in gioco i troppo facili meccanismi di interpretazione della realtà che vi avevo appena descritto. Si chiama Fulvio Grimaldi, ha i piedi nella Seconda Guerra Mondiale e la testa nell'ultima in Medioriente. Nasce al giornalismo nella BBC e, dopo essere passato per testate nazionali e internazionali, conclude la carriera di ecologista e inviato di guerra al Tg3 della Rai. Da lì se ne va il primo giorno della guerra alla Serbia, che la Rai definisce "intervento umanitario". Dal quotidiano "Liberazione" viene invece cacciato da Bertinotti in persona per aver difeso Cuba e la sua giustizia. Da anni scrive e filma da indipendente. www.fulviogrimaldicontroblog.info.

Insomma Fulvio Grimaldi è un irrecuperabile recidivo. Il moltiplicarsi delle esperienze negative non lo ha consigliato a cambiar bandiera, né tantomeno ad abbassare i toni. La sua protesta non è un sussurro; essa somiglia piuttosto ad un’esplosione di fuochi d’artificio contro le malefatte di quei farabutti che si ergono a difensori del mondo libero ed insieme formano la cosiddetta Comunità Internazionale. Sono gli stessi che decidono per noi se vivremo in pace o in guerra, che ci impongono la disoccupazione, oppure ci obbligano a produrre, al posto delle merci e dei servizi di cui abbiamo maggior necessità, quelle che massimizzeranno i loro profitti. Sono gli stessi che hanno cancellato la nostra memoria storica di dignità e di resistenza, per sostituirla con la “cultura” hollywoodiana della nuova Vandea nordamericana. La sua critica scava impietosa nei fatti, nei comportamenti e nelle complicità. Non risparmia nessuno e si accanisce in modo particolare con i complici dei crimini più efferati , quelli cioè che tentano di occultarli, quando non cercano di attribuirli alle loro vittime. Il contribuito di Fulvio Grimaldi alla conoscenza della verità è altrettanto importante di quello di altri giornalisti che lo hanno preceduto: John Reed, che ha smascherato le menzogne anticomuniste sulla Rivoluzione Bolscevica, Edgar Snow e Ian Myrdal, che hanno contribuito a far conoscere la Rivoluzione Cinese presso l’opinione pubblica occidentale, Wilfred Burchett che ci ha fatto comprendere ed amare il popolo coreano aggredito prima e l’eroica e indimenticabile resistenza di quello vietnamita poi. È per tutti questi motivi che siamo felici oggi di dare alle stampe il presente lavoro.

 La redazione
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